La recensione

Maternità e potere in "TOP GIRLS"

di Caryl Churchill

con Sara Putignano, Valentina Banci, Sandra Toffolatti, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Martina De Santis, Corinna Andreutti, Simona De Sarno

Regia Monica Nappo

Produzione Fondazione Teatro Due

 

Non è mai facile, soprattutto a teatro, stare un passo oltre il racconto puro e semplice di una storia, e un passo prima del virtuosismo poetico che traduce la metafora del vivere. Il testo “Top girls” della drammaturga inglese Caryl Churchill prova l’ardita acrobazia avvalendosi di dialoghi serrati, impetuosi, deflagranti, spesso veicolati da un’ironia spavalda e corrosiva, ma anche di immagini che sembrano fluire da un personale mondo onirico, concreto e al tempo stesso visionario. Una scrittura scomoda la sua, provocatoriamente disordinata e frammentaria, non sempre facile da seguire, eppure d’impatto, fortemente calata nel presente.

Sono queste le caratteristiche esemplari anche nell’adattamento diretto dall’artista napoletana Monica Nappo e prodotto da Fondazione Teatro Due, dove è attualmente in scena con repliche fino a domenica 5 febbraio. La contemporaneità della vicenda è data dalla protagonista, Marlene, giovane donna in carriera che ha sacrificato la propria vita per il successo professionale. Un successo che arriva nel momento in cui viene promossa responsabile di un’agenzia di collocamento (al posto di un uomo è un particolare non trascurabile), e che viene da lei celebrato in modo atipico, con un immaginario e ricco banchetto dove vengono convocate cinque leggendarie figure femminili del passato: Lady Nijo, concubina dell’imperatore giapponese, la Papessa Giovanna, come raccontata da alcuni autori medievali, Griselda, nella versione di Chaucer, Isabella Bird, esploratrice dell’epoca vittoriana, e Dull Griet, dipinta da Bruegel.

Disorientante l’universo umano che si dispiega davanti allo spettatore, tra donne reali e archetipi di diversa estrazione storica e geografica, le quali iniziano a parlare tra loro, mangiando e bevendo, raccontando in modo vorticoso esperienze, vittorie, sconfitte, tragedie, spesso senza realmente ascoltarsi a vicenda, sovrapponendo le voci e le storie, a volte, invece, provando empatia l’una con l’altra; un intreccio talmente fitto e acceso di parole, risate, battute e vite straordinarie, che quasi stordisce. Il ritmo così vivace, a tratti tumultuoso, della partitura drammaturgica mette alla prova l’attenzione del pubblico, che resta comunque affascinato dal fantasioso convivio, dai costumi sontuosi, dai piccoli gesti di ogni ospite; micro-azioni ed espressioni che non allentano mai la presa sulla platea, anche grazie all’interpretazione sincronica del gruppo di brave attrici in scena (particolari note di merito vanno a Marlene/Sara Putignano e alla Papessa di Sandra Toffolatti).

È la seconda parte dello spettacolo, quella che idealmente si trasferisce nell’Inghilterra thatcheriana in cui vive Marlene, a restituire, però, un respiro più organico al dramma, una forma più agile e un senso più connesso alle istanze attuali, a quei temi sociali e politici centrali nel pensiero della Churchill, riconducibili in questo caso al ruolo della donna nella società moderna, al suo rapporto con il potere e alle aspirazioni della working-class nell’Inghilterra degli anni’80 (necessità e utopie incarnate anche dalla sorella di Marlene, Joyce, splendidamente interpretata da Valentina Banci). Così il variegato e multiforme parterre femminile degli inizi cede il posto alla trama di relazioni familiari, di incontri professionali e di intime confessioni che portano ineludibilmente a riflettere sull’arrivismo della protagonista (“Non sono intelligente, sono un’arrivista” dice), su quel freddo individualismo scelto come stile di vita, ma anche sul prezzo emotivo pagato per la sua emancipazione, segno questo dei limiti e delle imposizioni a cui una società maschilista costringe a fare i conti.

Se nella sequenza della cena fantastica, echi e accenni al sacrificio della donna, ai compromessi e agli stereotipi a cui è stata forzata, sembravano ricordi lontani, essi tornano prepotentemente nella storia personale di Marlene- quindi vicinissimi a noi cronologicamente- e così forti da compromettere irrimediabilmente il rapporto con la famiglia e con la giovane Angie. Il legame di sangue tenuto segreto con quest’ultima non scioglierà la paura per un futuro con poche prospettive (sarà proprio “paura” la parola che chiuderà lo spettacolo). A restare sospese e irrisolte tutte le domande su libertà, indipendenza, maternità e carriera, che ancora oggi, a distanza di quarant’anni dalla scrittura dell’opera, la società continua ad imporre alle donne.        

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