L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

MARIO PERROTTA: "DELLA MADRE, IL RACCONTO DI UNA CONDANNA"

Dopo il primo capitolo dedicato alla figura del padre, il bravissimo Mario Perrotta, rappresentante tra i più egregi del teatro di narrazione, nonché autore e regista, torna a Ragazzola con il secondo spettacolo della trilogia della famiglia, articolato progetto nato dalla necessità (anche autobiografica) “d’indagare quanto profonda e duratura è la mutazione delle famiglie millenial e quanto di universale resta ancora”. Sabato 20 novembre, alle 21.15, Perrotta sarà, infatti, in scena, insieme a Paola Roscioli e Marica Nicolai, all’Arena del Sole di Roccabianca con il lavoro teatrale “Della madre”, dove, come nel precedente, si è avvalso della preziosa consulenza drammaturgica di Massimo Recalcati.    

Una trilogia che si traduce ogni volta anche visivamente sul palco. Nello spettacolo del padre era lei a dare voce e corpo a tre diverse figure paterne. Come si risolve invece qui la trinità della madre? Attingendo anche a quali accorgimenti scenici? “Nel primo capitolo avevamo tre padri distinti, sia per provenienza geografica che culturale, ma ugualmente nudi, incerti, evanescenti di fronte al difficile compito paterno. In questo caso la triade è interna a un unico nucleo familiare, e questo per trasmettere un modello di famiglia tipicamente mediterraneo, radicato, e per molti aspetti devastante: abbiamo una nonna, una mamma e una figlia che vivono in totale simbiosi. La bambina è il campo di battaglia in cui si gioca il ruolo della madre per eccellenza, in cui le figure femminili più mature tentano di risolvere il proprio rapporto di genitorialità. Per non lasciare scampo allo spettatore, perché questo legame simbiotico, dannoso, sia evidente e non ci siano dubbi in proposito, abbiamo adottato una soluzione scenografica impattante: la nonna e la mamma sono innestate su due gonne ipertrofiche, ventri sempre gravidi che nessuna delle due vuole abbandonare, e dove al loro interno vive la bambina, non avendo ella ancora raggiunto l’età fertile. È l’immagine simbolica molto forte di un cordone ombelicale mai tagliato. Sono figure eternamente incastrate, personaggi beckettiani, incapaci di affrancarsi da questo ruolo di madre in cui la società le ha rinchiuse. Purtroppo, nella nostra cultura cattolica, ancora oggi, dopo anni di lotta per l’emancipazione femminile, per una donna è molto difficile essere compresa, accettata, se ammette di non volere essere una madre, e quando, per contro, essa decide di avere un figlio, molto spesso non può sentirsi libera di chiedere aiuto”

Lei è partito dalla figura del padre per arrivare poi alla madre, perché dice “è in questo confronto che un padre si sostanzia”. Come padre lei ha sentito l’esigenza di pensare questo progetto, ma come figlio? Cos’ha messo in gioco qui del rapporto con sua madre? “Vengo da una famiglia numerosa e ho potuto ritrovare tratti e caratteristiche di rapporti simili, seppur non così distruttivi, anche fra parenti e amici. Tuttavia, il rapporto con mia madre è stato diverso, felice, sano. Abbiamo staccato presto quel cordone ombelicale che ci legava ed è stato un grande risultato per entrambi. Da brava sessantottina mia madre mi ha aiutato nel trovare il coraggio, la mia indipendenza, la mia libertà, e come in un gioco a due dove nessuno bara, ha capito che allontanarmi da una figura materna idealizzata era quello che volevo”

Tempo fa, in una intervista che le feci per Gazzetta di Parma, lei disse una cosa molto giusta: “chi fa teatro dovrebbe masticare temi importanti e idee senza fretta. Questa è una società di assaggiatori seriali. Almeno noi artisti dovremmo suggerire un modus vivendi diverso, di riflessione profonda”. Crede che questo periodo pandemico abbia giocoforza aiutato a recuperare una lentezza di analisi e riflessione che si era ormai perduta? “Ho sempre letto la Storia come un periodo ciclico. Penso che adesso si stia attraversando la fine di un ciclo storico, una fase che ha avuto inizio con la crisi del 2007 ed è sfociata in una pandemia. Fra poco comincerà il tempo della riformulazione e probabilmente fra qualche anno si arriverà anche a un nuovo boom economico. Il problema, però, del genere umano è di essere pensante, ma anche irrimediabilmente egoista. Ecco, tutto questo lo abbiamo percepito anche noi che facciamo teatro. La propensione alla riflessione è insita nel nostro modo di lavorare; diciamo che ora è più forte la tendenza a scartare il superfluo, quello che prima ad alcuni appariva ancora come necessario ed esemplare”

Massimo Recalcati, che ha collaborato alla drammaturgia, ha parlato di questo spettacolo come di una coraggiosa “messinscena della madre come maledizione”. In che senso? “È sempre riferito alla più rigida cultura mediterranea, che ha permeato e condizionato il nostro modo di vivere la genitorialità e ha condannato la donna a dover essere madre. Questa è la maledizione che colpisce trasversalmente diverse generazioni, sia maschi che femmine: se sei maschio sei educato a produrre soldi, se sei femmina ti viene insegnato a crescere un figlio, che è sì una cosa bellissima, ma quando è il frutto di una scelta, non di una imposizione culturale, di una crocifissione. Viviamo immersi in questa cultura che ci viene tramandata, che respiriamo dal primo giorno, al punto tale che ci riesce difficile non generalizzare, abbandonare certi cliché. Purtroppo, quando guardiamo alla questione femminile, spesso è proprio un certo tipo di donna a non accettare la rottura di alcune dinamiche relazionali, a perpetrare e ad alimentare inconsapevolmente la visione patriarcale di cui siamo impastati”

Ha raccontato dell’evanescenza dei padri contemporanei e ora della maledizione della madre che attraversa le generazioni. Cosa attende dunque la figura del figlio/a? “Con il terzo capitolo della trilogia, dedicato alla figura filiale, debuttiamo proprio in questi giorni. I figli che metterò in scena sono quelli che non hanno più diritto a chiamarsi tali, quelle generazioni dai 18 ai 45 anni che non hanno nessuna voglia di smettere il loro ruolo di figli, e che, malgrado le difficoltà, chiedono al mondo di essere riconosciuti per questo e niente altro. Allora, la domanda che poniamo anche attraverso lo spettacolo è questa: a che età entra in gioco la responsabilità di questi figli nei confronti del mondo e della società a cui appartengono? Quand’è che i problemi, i dubbi, gli interrogativi diventano di tutti e non più solo dei genitori, ritenuti eternamente responsabili di ciò che non funziona?”

L’indagine compiuta in “Della madre” cosa le ha fatto conoscere e comprendere di più della figura femminile? Magari anche attraverso le restituzioni dal pubblico… “Che quando tocchi la maternità in questo paese scateni gli istinti più profondi; paradossalmente le reazioni più accese, anche contrariate, le ho ricevute da donne che non erano madri. Al termine dello spettacolo dedicato al padre, tutti scattano ad applaudire. In questo lavoro, invece, trovo sempre una decina di donne che rimangono impassibili, che non partecipano, palesemente ostili. Credo che questa sia la conferma di quanto viene raccontato in scena: è la logica reazione di fronte alla scoperta di una condanna che è stata subita e da cui non ci si è potuti sottrarre. La presa di coscienza di una “maledizione” che ha colpito, di madre in figlia; qualcosa che si può comunque ancora provare a cambiare”

(Nella foto con Paola Roscioli) 

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