La recensione

"5 MINUTI" e il tempo del coraggio

SCRITTO E DIRETTO DA: Mario Mascitelli

CON: Mario Aroldi e Gabriella Carrozza

PRODUZIONE: Teatro del Cerchio

Ci vuole più coraggio a morire o a vivere in un mondo in cui non ci riconosciamo e che non ci considera per ciò che siamo? Senza dubbio bisogna avere molto coraggio per essere felici, per rischiare, esprimersi, amare, reagire al dolore, alle sconfitte, alle delusioni, cadere e rialzarsi. Per attraversare da soli, con prontezza di spirito e coscienza, la vita reale, insomma, e non quella virtuale che talvolta, ingenuamente, prendiamo per autentica.

La nuova drammaturgia che Mario Mascitelli ha composto e tradotto in scena nello spettacolo “5 minuti”, rappresentato al Nuovo Teatro di via Pini sabato 23 ottobre, prova a partire da questo interrogativo esistenziale per indagare lo stato d’animo di un “tempo moderno”, non quello scandito dalle lancette a cui il titolo provocatoriamente rimanda, ma quello rimasto sospeso nella fragilità di relazioni incompiute, nell’assenza di dialoghi e certezze, nella inazione con cui prima o poi tutti facciamo i conti, e che in questo limpido, fluido e maturo lavoro teatrale ritroviamo messo in luce nelle vicende dei due protagonisti, Aroldo e Vera (interpretati dai bravi Mario Aroldi e Gabriella Carrozza, ancora una volta in grandissima sintonia). Un attore e una segretaria. Creatività e pragmatismo a confronto, si potrebbe pensare, ma qualcosa accomuna i personaggi e li sincronizza nella vicinanza e somiglianza: è lo spazio che li avvolge e in cui lentamente imparano a cercarsi, a confondersi e a conoscersi, un luogo anonimo, impersonale, una stanza senza finestre né mobili, definita cromaticamente dalla contrapposizione bianco/nero (con soltanto cinque sedie al centro, semantica teatrale chiamata a battere i minuti del titolo), da luci al neon, fredde e indagatrici, e da quel tempo di attesa beckettiano che non li abbandona mai, separandoli entrambi da un misterioso incontro/Godot. Non sanno chi li ha chiamati, lui per un provino e lei invece per un colloquio. Ma Aroldo è arrivato prima in quella sala. È lì da quanto? Nemmeno lui se lo ricorda. E Vera? Perché entra tenendo le scarpe in mano? E cosa la rende così sospettosa, incerta, quasi spaventata?

“Apertura e naturalezza” ripete Aroldo nel suo training attorale ad alta voce, che è anche un modo per convincersi, darsi forza per intavolare la conversazione con Vera, provando a raccontare e ad ascoltare, tentando di ricongiungersi, attraverso la parola, a quell’hic et nunc che va via via sbiancandosi nel mai e in nessun posto. Alla potenza dell’attimo (anche quello teatrale!) bisognerebbe sapersi consegnare e invece noi siamo sempre prima o dopo rispetto a ciò che accade; soprattutto ora che ci affidiamo ai social, a una ideale second life, al giudizio degli altri, al loro sguardo, alla loro approvazione o alla loro condanna. Quella stanza/scatola diventa, così, metafora di una esistenza immaginata, desiderata, ma non realmente vissuta dai due protagonisti, dove provare la parte di Macbeth (il ruolo dei propri sogni), dove confidarsi e sperare in un nuovo amore e un lavoro migliore, dove sfogare offese e improperi contro chi ci ignora, dove stupirsi e scherzare, ma anche riflettere sul senso stesso della vita e della morte, tra un sorriso amaro e il tonfo sordo di una sedia che cade. Fin dove ci possiamo spingere in questa perenne ricerca di considerazione e accettazione del proprio Io reale? Condividere i fallimenti per essere consolati e incoraggiati, rivela Aroldo, e poi? Farla finita in maniera spettacolare, uccidersi di fronte agli altri, nel disperato e inutile tentativo di attestare la propria esistenza nell’atto estremo della sua conclusione.

“Possono essere molto lunghi cinque minuti, possono non finire mai”, possono rappresentare un’attesa, ma anche il tempo necessario per recuperare la ragione, salvare se stessi, riflettere su azioni e parole. Possono essere ciò che serve per arrivare a un cambiamento, per capire che guardarsi dentro è imprescindibile. “Ho ascoltato ciò che volevate dire senza che nessuno vi chiedesse nulla” rivela un’enigmatica voce fuori campo nel finale. Non scaturiscono risposte, chiarimenti, intenzioni, da questo intervento improvviso, bensì solo ulteriori domande, dubbi, esitazioni che attraversano i personaggi e così il pubblico, portato a credere che i due protagonisti siano le anime di due suicidi a cui forse ora un imperscrutabile demiurgo chiede conto. Ritornano però preponderanti il tema dell’uccidere, con la voce che domanda ad Aroldo se avrebbe mai il coraggio di assassinare Vera (come Macbeth con l’amico Banquo), e quello della conoscenza virtuale, accennata nell’invito a chiedersi sulla portata dei like e dei followers a cui tutto ciò condurrebbe. Provocazione feroce, sì, per spronare a un’azione, a una ribellione, a un pensiero che prepari la rincorsa verso la libertà e la felicità più pura.

Perché l’unica certezza che abbiamo, e a cui giungono le ultime battute, è questa: non resteremo qui per sempre, imprigionati nei nostri interminabili “5 minuti”, quelli che riceviamo ogni giorno, nelle quotidiane attese agli uffici, alle fermate dell’autobus, che teniamo sospesi a mezz’aria prestando attenzione al telefono e a niente altro, che magari sottraiamo inconsapevolmente a chi amiamo, fugaci istanti di ciò che potremmo essere e fare, ma non è. Che sia il tempo di uno spettacolo teatrale, sublime manifestazione del “qui e ora”, a ricordarci quanto valore potenziale e inespresso risieda nell’attesa è fonte di cura e riflessione arguta.

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