L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

EMANUELA DALL'AGLIO: "IL COSTUME È POESIA OLTRE IL TEMPO"

L’edizione 2021 del Premio Ubu, uno dei più autorevoli riconoscimenti nazionali in ambito teatrale, ha visto tra i vincitori anche un’artista parmigiana, molto amata e seguita dal pubblico della sua città. Trionfatrice nella categoria “costumi”, per le suggestive e solenni creazioni realizzate nello spettacolo “Naturae”, prodotto da Compagnia della Fortezza, è stata, infatti, Emanuela Dall’Aglio, figlia d’arte dell’indimenticato Gigi e stretta collaboratrice di Teatro Due (oltre che ideatrice e interprete di alcune storiche produzioni per l’infanzia targate Teatro delle Briciole). Diplomata Maestra d’Arte, negli anni ha lavorato come costumista e scenografa spaziando dalla lirica al teatro musicale, dalla prosa agli spettacoli per bambini, partecipando a festival, laboratori e iniziative teatrali di altissimo prestigio e ricevendo tra le attestazioni di stima per il suo operato anche il Premio dell’Associazione Nazionale Critici. La nuova vittoria conseguita pochi giorni fa arriva, però, a coronamento di un allestimento speciale e di un impegno ventennale speso con la Compagnia della Fortezza, storica compagnia teatrale dei detenuti del carcere di Volterra, diretta da Armando Punzo. Un mestiere, questo  di costumista, che, come lei stessa racconta, l’ha sempre guidata nell’esplorazione dell’anima teatrale più immaginifica e libera. 

Una bella soddisfazione per te e tanto orgoglio anche per il mondo teatrale di Parma. Agli Ubu, durante la premiazione, hai parlato, riferendoti al tuo lavoro, di “Una macchina artigianale piena di energie”. Quanto è importante il confronto con i tuoi collaboratori per far sì che questa macchina non perda mai in potenza? “Moltissimo, perché ho sempre pensato che l’arte del teatro non si costruisca da soli. La possibilità di avere intorno a sé persone diverse, sguardi, opinioni, esperienze nel momento stesso in cui si crea, è ciò che arricchisce e fa progredire. L’Altro nel mestiere teatrale in generale e in quello di costumista in particolare, è imprescindibile: è anche attraverso gli occhi di un’altra persona che capisco cosa funziona e cosa no. Fondamentale è lo scambio con il regista, conoscere l’essere umano, prima del professionista, condividere bene le idee, avere obiettivi comuni. A volte mi è capitato di lavorare con registi che conoscevano fin dall’inizio la direzione da prendere, altri invece mi hanno lasciato più spazio per esprimere liberamente le mie idee, i miei disegni. In entrambi i casi, però, c’è sempre stato confronto nel processo creativo, si è sempre trovato insieme il tempo di condivisione dei pensieri che è ciò che deve anticipare la pratica. Lo stesso vale per i miei collaboratori, per chi ad esempio è addetto a tagliare o a cucire, o per chi ha talento a trovare soluzioni ingegnose. Che sia un tavolo di lavoro sartoriale o di stesura di una scrittura drammaturgica non ci si può esimere, io credo, dallo scambio di visioni e riflessioni. Costruire la relazione preventiva con chi dovrà creare un’opera assieme a te è un passaggio indispensabile”

Vent’anni che collabori con la Compagnia della Fortezza. Cosa ha rappresentato il progetto Naturae nel tuo percorso umano e professionale? “Una combinazione di cose. Io sono maturata con loro, sono cresciuta come donna e come artista. È stato un lavoro denso, articolato, dove abbiamo avuto tanto tempo per immaginare, creare, ripensare, costruire decine di costumi e percorsi. “Naturae” ha significato una profonda ricerca indirizzata a un nuovo modo di riformulare attraverso l’estetica anche la stessa immagine dell’Uomo. Ne è emerso un prezioso senso della cura, che è anche una pratica che cerco di mettere sempre in ciò che faccio”

Quali sono stati i consigli più preziosi che ti ha dato tuo padre quando hai deciso d’intraprendere questa carriera di scenografa e costumista? È stato felice di questa scelta? “In realtà avrebbe voluto che mi concentrassi sullo studio della pittura, ma poi quando ho cominciato a lavorare in teatro ne è stato ugualmente felice. Ho iniziato presto l'esperienza teatrale, durante il periodo del liceo, nei laboratori del Teatro delle Briciole, con Maurizio Bercini e Marina Allegri, che sono stati i miei primi maestri. Papà mi ha spesso coinvolta nei suoi progetti, mi ha sempre appoggiata nelle scelte, e mi ha dato tanti consigli. Soprattutto, mi poneva domande e mi regalava strumenti per elaborare, per risolvere lavori e dubbi. Mi lanciava continuamente nuove sfide e di questo non lo ringrazierò mai abbastanza, perché mi ha portato a conoscere le mie vere capacità e a migliorare ogni volta”

Ma quanto è stata importante la formazione sul campo, l’incontro con la scena prima e con l’elemento dei costumi poi, per affinare la tecnica nel tuo lavoro? “Senza l’esercizio sul campo è impossibile imparare questo mestiere. Ho cominciato a studiare all’accademia, ho imparato a dipingere i fondali, a decorare le scenografie, ho rubato tanto in termini di nozioni dai miei insegnanti, ho frequentato corsi di scultura e poi è arrivata la fucina di Armando Punzo e lì ho trovato persone che hanno avuto fiducia in me, in quello che avevo appreso, e mi hanno dato la possibilità di sperimentare, di crescere. Ho potuto fare prove, tentativi, ricerche senza aver mai paura di sbagliare”

Il tuo modo di concepire la creazione artistica è spesso a tutto tondo. Sono infatti diversi gli spettacoli in cui ti sei misurata come autrice, regista, costumista e interprete. Cosa muove quest’altra tua volontà di ricerca? “Sicuramente la curiosità. Quando ho ideato “I’m natura”, ad esempio, abitavo in campagna e creavo con materiali poveri degli animali fantastici; Flavia Armenzoni, allora direttrice delle Briciole, mi chiese se volevo pensare a un progetto più strutturato, partendo da queste mie opere. Anche Cappuccetto Rosso è nato così, da un disegno: dentro a quell’immagine ho cominciato ad inserire tutti gli elementi della storia e ho iniziato a pensare che si potesse realizzare concretamente, inventando un costume che fosse un mondo. Il mio è un lavoro in perenne divenire, dove cerco di confrontarmi con compagnie diverse, con realtà e processi creativi differenti”

A proposito d’ispirazioni, ci sono ambiti a cui attingi più che altrove per le idee, oppure elementi nella genesi dei costumi, come può essere l’uso dei colori, che in qualche modo ritornano, rendendo riconoscibile la tua cifra artistica? “Per le mie creazioni d’oggetti tendo a guardare al teatro di figura del Nord Europa, quello grottesco, eppure così solido, adulto, maturo. In Italia questo genere è molto legato al mondo dell’infanzia e, invece, all’estero ha una dimensione originale, magica, sovrannaturale, ma molto profonda. Poi, mi piace pensare all’arte contemporanea, che seguo andando spesso alle mostre, e anche all’alta moda, con quegli abiti che sembrano opere architettoniche. Un elemento che ritorna frequentemente nel mio metodo creativo è la pittura: la uso tanto, la conosco, e a seconda del costume o della scena che sto preparando, provo a ispirarmi agli artisti più amati. Diciamo che m'ispiro a loro solo se penso che siano funzionali all’obiettivo che voglio raggiungere” 

Rispetto all’uso più ornamentale che si faceva dei costumi e delle scene nel passato, come vedi oggi e in futuro la loro trattazione, anche alla luce di nuove tecnologie e metodologie? “Penso che nel futuro andremo sempre di più verso materiali sostenibili, di riciclo, ma in teatro prevarrà ancora l’idea del costume come elemento di poesia: dentro al costume c’è una forte componente di narrazione che travalica il tempo e questa è insostituibile. Il costume di scena continuerà a raccontare, non smetterà mai di essere legato alla poetica di uno spettacolo”   

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