L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

ELENA ARVIGO: "Atlantide 2.0.2.1. e l'arte della relazione"

Uno spazio di confine che è terra ideale d’incontro, dialogo e trasformazione. Un luogo indipendente che vuole contenere (dal latino continere, tenere insieme) al suo interno diverse identità della scena e protagonisti delle arti contemporanee (tra i nomi Alessandro Averone, Valentina Banci, Mimosa Campironi, Orlando Cinque, Monica Nappo, Roberta Lidia De Stefano), per provare a ristabilire, attraverso la messa in opera dei processi creativi e la loro restituzione pubblica per mezzo dei pochi strumenti oggi consentiti (la modalità comunicativa online), quella relazione troppo a lungo sospesa con lo spettatore. Il progetto Atlantide 2.0.2.1. è nato così, nel febbraio di quest’anno, grazie all’intuizione felice di Elena Arvigo, raffinata attrice di teatro, cinema e tv, nonché autrice e regista teatrale, considerata una delle più intense e preparate interpreti del panorama teatrale italiano. “Mai il teatro è stato più presente nei nostri cuori nella sua forma perfetta come in questi mesi di assenza” racconta Elena. È un tempo di profonda crisi quello che ha attraversato, e ancora sta vivendo, il comparto dello spettacolo, ma che può aprire a nuove opportunità di relazione, sperimentazione e confronto, sia per gli artisti sia per il pubblico, proprio come avviene in questo progetto.

Che cos’è Atlantide 2.0.2.1. e perché la scelta di rifarsi al mito e al nome di un continente leggendario? “Per Platone era la città ideale, per noi è un luogo in cui tentare di ridisegnare una nuova geografia teatrale. Come? Ritrovandoci nell’azione creativa, riconoscendoci parte di una comunità che proprio grazie all’interazione con l’altro può crescere e trasformarsi. La geografia a cui mi riferisco va al di là dei perimetri spaziali. In questo presente che ci vede confinati ai territori d’appartenenza, che costringe a relazionarci solo entro i limiti della propria casa, della propria città, è importante capire cosa significa “essere” in un luogo. È proprio partendo da questo pensiero che è sorto l’interrogativo alla base del progetto: dov’è oggi il teatro? A dicembre 2020 è risultata a tutti evidente la complessità di condizioni che il nostro settore avrebbe dovuto affrontare anche nel nuovo anno, ed è balzato all’attenzione di molti l’equivoco che si stava ingenerando attorno all’argomento “cultura”. I teatri non solo erano rimasti chiusi, ma ancora una volta erano tornati in fondo alla lista delle priorità sociali. Alla luce dell’attuale situazione, noi artisti abbiamo solo una possibilità per poter resistere: quella di uscire dalla dinamica dell’esibizione, dell’atto spettacolare, e provare a delineare una traiettoria comune, mantenendo ciascuno le proprie prerogative e differenze artistiche. Occorre ricrearsi, ma per farlo bisogna prima di tutto capire insieme come ci ha trasformato questo tempo. L’atto creativo è anche un atto politico, che non può eludere il nostro agire. Così ho coinvolto altri artisti e operatori culturali su una riflessione collettiva da portare avanti, partendo dalla consapevolezza che minare la possibilità di relazione vuol dire minare l’intero contesto culturale. Oggi, io credo, si può far cultura soltanto mettendo le persone in relazione, salvaguardando lo spirito del confronto, dello scambio. In Atlantide 2.0.2.1. diamo il nostro contributo in tal senso: cercando di ricomporre una comunità attraverso dei veri e propri “imprevisti artistici”.

Ma da chi è abitata questa Atlantide? “È un continente polifonico e molto prolifico di idee, vitalità, stimoli, creazioni originali. Siamo circa trenta artisti, di diversa formazione, provenienti da tutta Italia, e ognuno lavora a un progetto, che può essere sviluppato insieme agli altri, oppure in autonomia, ma esplorato sempre in seno al gruppo. Non viene mai meno il dialogo, imprescindibile nel processo creativo e nella ricerca artistica, così come nell’innescare dubbi e domande indispensabili alla crescita personale. E mai dimentichiamo la domanda sostanziale da cui siamo partiti e che ci ha unito in questa avventura: “dov’è il teatro oggi?”. La prima risposta che ci siamo dati è questa: il teatro è laddove sono gli artisti, e dove c’è un pubblico, inteso non come “cliente”, ma come testimone e spettatore cosciente. Il maestro Strehler diceva “Non capite che il mezzo per raccontare è solo un passaggio, un pretesto per parlare con gli altri di cose che ci stanno dentro?”. Ecco la relazione, e nel teatro si esprime l’arte della relazione in tutta la sua forza. In questi lunghi mesi sospesi, segnati dal distanziamento, noi uomini e donne di teatro ci siamo sentiti a tratti sommersi, a tratti salvati. Ma a tutti, indistintamente, è parso chiaro che la natura della relazione, alla base del teatro, era stata completamente sommersa per l’intero periodo. Abbiamo, dunque, sentito il richiamo alla responsabilità per portarla in salvo e difenderla”

A un primo sguardo, se ragioniamo sulla partecipazione e sul principio ispiratore che ha condotto alla realizzazione di questo spazio di crescita, verrebbe da pensarlo come un progetto creato dagli artisti per gli artisti. In realtà il contributo del pubblico, seppur in forma virtuale, è fondamentale. Puoi spiegarci come avviene questo scambio? Quanto può essere costruttivo per l’artista e quanto per il pubblico stesso? “È assolutamente vitale riavvicinare lo spettatore al processo creativo, sia che quest’ultimo venga restituito in forma di “work in progress”, oppure come opera finita. Spetta all’artista la scelta di cosa presentare al pubblico, costruendo una propria relazione con chi guarda e viene così coinvolto. Bisogna ridare forza e credibilità a parole come “cultura”, “arte”, “spettacolo”, e riconnettere un tessuto ormai frammentato, riagganciare i pensieri, elaborare quel lutto collettivo che ci ha travolti. Tutto questo si può fare solo insieme. Se la realtà ci vede ormai reclusi, è pur vero che dobbiamo combattere l’isolamento finché ci è possibile, evitando forme di individualismo esasperato e troppo rischioso. Perché il pubblico serve alla vita di Atlantide? Perché il nostro non è un gruppo di studio. Siamo artisti e persone che lavorano e si confrontano per ricordarci, e ricordare, chi siamo. Il mondo si è capovolto in maniera subdola, vuole ridurci tutti a compratori di qualcosa, ma l’arte va oltre la strategia di compravendita; è esperienza, sguardo, sentire, e lo spettatore è chiamato a testimoniare tutto questo, ad ascoltare la voce degli artisti che hanno ancora tanto da dire e raccontare”

Un luogo dove entrano in gioco diverse menti creative, e diversi punti di vista, chiamati a comunicare attraverso modalità artistiche ed espressive molto diverse. Una casa delle possibilità, avrebbe detto la poetessa Emily Dickinson, con molte finestre e porte, ma con una comune vocazione prometeica che converge verso quale obiettivo? “Riconsegnare fiducia agli artisti e rigenerare il ruolo dello spettatore, proponendogli lavori e forme artistiche progettate e create da professionisti. Anche questo punto è centrale: ridare dignità di mestiere a chi sa farlo. In questo “contenitore indipendente” noi non costruiamo occasioni di lavoro, ma apriamo un cantiere di idee, proposte, riscritture e nuove ipotesi di drammaturgia, che speriamo possa mantenersi attivo anche in futuro, dopo l’emergenza sanitaria, e che ci auguriamo porti alla realizzazione di spettacoli in una dimensione di solidarietà e sostegno, non di competizione. Siamo animati da una tensione utopistica? Forse, ma è la misura, secondo noi, della nostra adesione autentica al progetto così come è stato concepito”

Entrando nel vivo della programmazione, cos’ha in serbo Atlantide nelle prossime settimane e per celebrare la Giornata Mondiale del Teatro, sabato 27 marzo? “Sono tanti gli esperimenti che proporremo. Sono previste sessioni di studio, reportage di prove, creazioni video e audio, radiodrammi e anche dei rave teatrali notturni; in una di queste occasioni, presenterò il testo “4:48 Psychosis” di Sarah Kane che ho già affrontato molte volte, ma che mi permetterà di riprendere da dove ho interrotto il mio percorso. Lo interpreterò da sola ma non sarò sola, perché oggi questo lavoro nasce dentro la comunità di Atlantide, e io nel qui e ora faccio parte di un pensiero collettivo. È a questa unione d’intenti che mi richiamo perché è importante per comprendere cosa cambiare rispetto al periodo prima della pandemia. L’emergenza ha svelato un problema che era già preesistente: la solitudine degli artisti, la loro incapacità a riconoscersi come comunità. È a quella realtà che non dobbiamo più tornare. Anche il docu-video che trasmetteremo sabato 27 marzo alle 19, sui canali social di Atlantide, coinvolgerà più soggetti che lavoreranno in un’ottica comune. Il lavoro, curato da Alessandro Averone, è la prima parte di un più ampio progetto sull’Otello di Shakespeare, dal titolo “Zooming Otello” , dove saranno impegnati molti abitanti di Atlantide 2.0.2.1.”

Ripensando a quanto dichiarate nel vostro manifesto e alla citazione di Paul Valery che là si legge “Tutto ha avuto inizio da un’interruzione”, quale nuovo inizio auspicate, tu e i tuoi compagni di viaggio, per lo spettacolo dal vivo post-pandemico? “Purtroppo non sono troppo ottimista. O meglio, nutro della speranza, questo sì, che la situazione possa migliorare rispetto a prima, ma al tempo stesso temo che si possa assistere a una ricostruzione di antiche dinamiche di potere e non a un vero, convincente “rinascimento”. Starà un po' a noi capire quale direzione prendere perché tutto non torni uguale al passato. Il dolore subito ha provocato inevitabilmente in tutti noi un cambiamento che può rappresentare una grande opportunità per creare qualcosa di bello e nuovo. Tale visione utopistica è molto forte, ma poi ci dobbiamo scontrare ogni giorno con la realtà dei fatti, e questa è tutt’altro che incoraggiante o motivante. Mi auguro che le persone sappiano rimanere lucide, oneste, e non si lascino travolgere dalla paura”

Una nuova geografia teatrale non può, quindi, che andare di pari passo con la visione di una nuova socialità e, di conseguenza, di una nuova umanità. È un po’ quello che si ritrova in un altro passaggio del vostro manifesto dove si legge “la vera resistenza non può essere solo nel lavoro, o soltanto artistica, ma deve essere prima di tutto morale”. “È proprio così. La lucidità è senz’altro dolorosa e accoglierla in questo momento storico non è per nulla semplice. Significa abbracciare la complessità del reale, e molti di noi non sono disposti a farlo. Il futuro che abbiamo davanti è un’incognita per tutti, che ci spaventa, ma dobbiamo impedire alla paura di paralizzarci. Non siamo estranei a quello che viviamo, nemmeno a ciò che apparentemente è lontano da noi. Siamo tutti in relazione e il compito di noi artisti è darne voce e valore”

Per seguire il progetto di Atlantide 2.0.2.1.: https://www.facebook.com/atlantideonair/

(photo credit: Alessandro Cantarini)

 

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