L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

ALICE GIROLDINI:"TUTTO IL CORAGGIO DI LADY GREY"

Bella, coraggiosa, determinata e piena di talento. La giovane attrice Alice Giroldini, parmigiana d’origine e figlia d’arte (il padre Primo è apprezzato regista di film e documentari), sa davvero il fatto suo in quanto ad impegno e volontà di avviarsi e soprattutto mantenersi su un percorso professionale consapevole, intelligente e maturo, segnato da ruoli e scelte artistiche che ne hanno già dimostrato la bravura, ma anche la crescita professionale, la sua capacità di affinarsi, reinventarsi, e nondimeno, rivelando un potenziale artistico ancora in parte inesplorato ma già intuibile e ammaliante. Sono stati anni intensi per lei sul piano dell’esperienza e della formazione diretta sul palco, dopo il diploma al Teatro Stabile di Genova nel 2014. Anni che l’hanno vista salire in scena a fianco di mostri sacri come Glauco Mauri, ne “I Fratelli Karamazov” e incarnare personaggi femminili forti, controversi, come Felicitas Beetz in “Morte di Galeazzo Ciano”, Cordelia nel “Re Lear” del compianto Ennio Fantastichini, o la protagonista dell’ultima opera drammaturgica di Emanuele Aldrovandi, “La donna più grassa del mondo”.

C’è però un personaggio, fra i suoi più recenti, a cui Alice è particolarmente legata ed è quello interpretato in “Lady Grey- con le luci sempre più fioche”, monologo dell’autore americano Will Eno, che sarà in scena venerdì 22 e sabato 23 ottobre alle 21 al Teatro del Tempo.

Come sei arrivata ad interpretare Lady Grey? Cosa ti ha attratto di questo lavoro? “Tutto è nato circa tre anni fa quando ho deciso di partecipare al bando “Mal di Palco”, concorso indetto dal teatro Tangram di Torino, interessante occasione che veniva offerta ad attori under 32 e che dava, tra l’altro, l’opportunità al vincitore di ottenere una residenza artistica. In quel periodo ho cominciato a sentire forte l’urgenza di sperimentare, di misurarmi anche in ruoli da “solista”, d’ investire su un lavoro che fosse tutto mio, provando un’esperienza fuori dalla sicurezza che mi potevano dare le straordinarie compagnie di attori in cui avevo fino ad allora lavorato e che non ringrazierò mai abbastanza per quanto mi hanno insegnato. Mi sono così messa in gioco e ho cercato un monologo in cui mettere a frutto quello che avevo imparato, e che potessi anche considerare il punto d’inizio di un una mia personale ricerca, di un percorso d’indagine teatrale da sviluppare poi nel tempo. Dopo anni da scritturata quel bando rappresentava per me il giusto sprone. E questo monologo che ho trovato, dopo affannose ricerche, in una dispensa di testi contemporanei, è stato una vera folgorazione. Tante cose in Lady Grey mi hanno colpita: c’è una donna, ma quella figura potrebbe essere anche un uomo, anzi, io credo che sia proprio questo ad avermi attratta. In questo personaggio ho ritrovato l’essenza, i sogni, le contraddizioni, le fragilità di ogni essere umano. È un racconto permeato di vita che si rivolge ad altri esseri umani e che pur non avendo una trama vera e propria è incredibilmente affascinante, crea diversi spazi di relazione con il pubblico. Ho avuto poi la fortuna di essere prodotta dal Centro Teatrale MaMiMò di Reggio Emilia, che da subito ha creduto in questo lavoro, e soprattutto di essere diretta da un regista fantastico, Marco Maccieri, che mi ha molto aiutata nel mettermi in discussione, nell’abbandonare una certa comodità scenica, spingendomi a giocare liberamente con l’ironia che attraversa il testo, anche se in modo spiazzante. Abbiamo lavorato proprio in questa direzione, affinché le repliche fossero sempre diverse tra loro, e dunque mutasse- attraverso la provocazione, l’azione, la parola, ma anche le mie piccole improvvisazioni cantate o ballate- il dialogo con il pubblico e il suo coinvolgimento”

Nel corso della narrazione, Lady Grey passa da uno scenario a un altro, da una storia all’altra, e il personaggio a suo modo si trasforma in continuazione. È un po’ come una scatola nera in cui si entra e accade qualcosa di significativo. Cosa avviene tra l’entrata e l’uscita del pubblico? “Pensiamo intanto a questo: Will Eno scrive davvero delle domande dirette al pubblico, lo pungola, lo stuzzica ma è come se non volesse dare uno spazio di risposta. O meglio, come se non se lo aspettasse. Le reazioni ci sono, ma devono avvenire dentro alla mente e al cuore degli spettatori. E infatti la partecipazione reale da parte del pubblico è differente. Alcune volte manifesta, altre volte no. Quello che però sempre si percepisce, ed è quello su cui il lavoro insiste, è una sensazione diffusa di disagio, come quando ci si allontana da una zona di comfort per avventurarsi in un luogo sconosciuto, che un po’ ci fa paura ma ci attrae. C’è un altro aspetto che ho spesso riscontrato, e che il pubblico mi ha riportato dopo lo spettacolo: si mette in moto un inevitabile processo d’immedesimazione. Lady Grey si divide in più personaggi, prima è una bambina, poi è una donna che racconta i suoi dolori e infine è l’attrice che si rivolge al pubblico, come in una sorta di stand up comedy. Riesce sempre ad offrire un’immagine in cui il pubblico può riconoscersi. Lady Grey non ha paura di dire le cose, di enunciare tante piccole verità ed è per quello che provoca disagio, ma è anche come se riuscisse a creare uno spazio bianco in cui accogliere tutti, e dove ognuno è chiamato a completare delle parti mancanti: le proprie”

Riflettendo sul titolo…perché “le luci sono sempre più fioche”? “E’ lo stesso autore a suggerirlo quando scrive che “alla fine le luci si spengono”…in realtà, senza svelare troppo dello spettacolo, abbiamo giocato proprio su questa indicazione autoriale e abbiamo compiuto una scelta molto precisa: il pubblico è in luce per tutta la durata della performance. Via via che lo spettacolo prosegue si apre la dimensione metaforica, il piano semantico dell’opera, ma le luci, per contro, si spengono lentamente…scoprirete perché…”

Il gioco del “Mostra e Dimostra”, da cui si avvia il racconto apre un ventaglio infinito di rimandi sociologici ed antropologici al nostro tempo, ben oltre l’intimismo della protagonista. C’è una volontà di denuncia del materialismo moderno, della superficialità dilagante? “Non credo che sia proprio questa l’intenzione dell’autore. C’è, però, senz’altro una forte spinta provocatoria. Ciò risulta evidente da una delle battute più pregnanti: “Non esiste la mia vita senza che ci sia qualcuno che mi guarda e che però si spoglia pure lui”. Lady Grey dice questo e, riflettendoci, è qualcosa che vale per lei ma anche per tutti gli altri. Infatti, io sono guardata dal pubblico, ma il pubblico sarà continuamente guardato da me. È un gioco di rispecchiamenti che si compie solo se il mio sguardo rimane attento sulla platea, sulle reazioni. Non posso distrarmi pensando alla forma del monologo. Devo mantenere alta l’attenzione e lo scambio continuo con il pubblico. Ci si mostra reciprocamente e ci si dimostra, andando oltre l’apparenza, cercando di spogliarsi delle proprie paure, anche se solo metaforicamente. Ecco perché questo spettacolo parla a tutti, uomini e donne; è esistenziale e non solo dal punto di vista femminile. È un flusso di coscienza dell’essere umano. Se la sensibilità femminile in scena è evidente, non dobbiamo tuttavia dimenticare che l’autore dell’opera è un uomo. Non si tratta di una mera confessione intima, ma con essa si chiede al pubblico di compiere un’analoga impresa d’indagine interiore. È come se si accendesse un meccanismo preciso, un dispositivo perfetto di scambio reciproco fra chi è in scena e chi è seduto in platea, come sottolinea il senso di un’altra battuta cardine: “Essere nel momento con qualcuno dentro” che è, se vogliamo, lo stesso hic et nunc teatrale”

Dal lato della recitazione, quanto c’è di Alice in Lady Grey e quanto invece di altri personaggi che hai interpretato finora? “Ogni lavoro per me rappresenta un nuovo viaggio e cerco di non farmi mai condizionare da ciò che lo ha preceduto. Nell’approccio al personaggio c’è invece molto di me Alice. Mi chiedo ogni volta che devo pronunciare una battuta: “Come posso io riempire quelle parole di vita?” Trovo l’emozione, l’immagine giusta in qualcosa che ho vissuto e che è analogo per intensità a ciò che devo dire in scena, anche se non deve per forza avere la stessa causa. Sono sensazioni che cerco di raccogliere e ricordare dal mio vissuto”

Lady Grey gioca con il linguaggio e dunque ne sottolinea in questo modo anche l’importanza evocativa. A parer tuo, quello di una giovane donna della tua generazione, come si può risvegliare l’amore per la parola, anche nella vita di tutti i giorni? “Il personaggio crea autentici paesaggi, pezzi di vita, di mondi, visioni, applica un linguaggio particolare che io veicolo anche attraverso l’uso del microfono, agendo verbalmente sul pubblico solo con i suoni e i significati delle parole. Una simile potenza evocativa nella vita quotidiana non so come sia possibile raggiungerla. Quello che so è che la parola, come gridava Nanni Moretti in “Palombella Rossa”, è davvero importante. Ci permette di realizzare anche la migliore narrazione di noi stessi, se la usiamo correttamente e onestamente. Le parole tuttavia sanno creare la realtà ma possono anche confonderla, distorcerla, quando non veritiere. Mi viene in mente a tal proposito un libro che ho amato moltissimo, “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés, dove le storie narrate creano spazi dentro al lettore, fino a stimolarne il linguaggio e la capacità di comporre nuove forme di parole per farne un buon uso. È un po’ ciò che accade in Lady Grey la quale racconta vicende a se stessa mentre le racconta agli altri, mettendo in luce però anche la sua capacità di modificare la percezione della realtà attraverso il linguaggio che sceglie, se esso si rivolge direttamente al pubblico oppure è più introspettivo. Dove risiede dunque la verità? Qui non ho dubbi: è sempre in ciò che quella parola sa suscitare, risvegliare, dentro di noi”

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