Applausi per...

La recensione settimanale di uno spettacolo della stagione ufficiale a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

ESILIO

IDEAZIONE, DRAMMATURGIA, REGIA: Mariano Dammacco

CON: Serena Balivo, Mariano Dammacco

PRODUZIONE: Piccola Compagnia Dammacco

 

Canta la pena dell’uomo moderno, quella figura di anima altéra ma spersa, mesta, esiliata dal corpo, che apre il bellissimo e profondo lavoro drammaturgico di Mariano Dammacco, “Esilio”, presentato al Festival Teatrale di Resistenza del Museo Cervi. Nel suo monologo iniziale (è lo stesso Dammacco ad incarnarla) rintracciamo subito il senso di una storia che si dipana tra fine umorismo e tragicità esistenziale, tra umanità e desolazione, tra la narrazione di vicende quotidiane e un pregnante valore allegorico complessivo, in grado di restituire l’atmosfera di disperata verità etica propria dei capolavori cinematografici di Charlie Chaplin, senza pregiudizievoli ideologiche o sociologiche.

Ed è, difatti, un omino bislacco come il “vagabondo” Charlot, vestito goffamente, con movenze buffe, scoordinate, un po’ da clown triste e un po’ da burattino, con la voce impastata, giocata sul peso concreto e gravoso delle consonanti, il protagonista del racconto; o meglio, dell’antefatto, racchiuso in quel “discorsetto” che significa licenziamento, perdita del lavoro, e che, alfine, conduce alla nuova, terribile condizione, al distacco tra l’anima senziente e il corpo fisico. Così, se Anima chiede a noi perdono per il suo aspetto cupo e alieno (giacchè lei non è fatta per essere veduta ma semmai percepita, intuita) e ci introduce, come prologo, all’ ascolto di quella storia esemplificativa, seppur non propriamente apologetica, l’Uomo- splendidamente interpretato dalla giovane Serena Balivo, capace di toccare veri apici di bravura nel regalare una gamma infinita di espressioni e sfumature, rara in attrici della sua generazione- prova con noi a ricostruire le ragioni della sua rovina personale, sul piano del disconoscimento sociale ma soprattutto della spaccatura identitaria.

Riviviamo con lui e la sua anima, in un dialogo/non dialogo a due voci intermittenti ma congiunte, i passaggi di quella disintegrazione interiore, del graduale scollamento dalle sicurezze, da una idea di futuro che sembrava chiara, a due passi e che ora, invece, implode in un processo introspettivo di colpa e nella paura infantile di un complotto globale. Tutto si espleta in una sequenza di monologhi surreali, grotteschi, di vivido spessore narrativo ed evocativo, istantanee di ricordi, percezioni, emozioni, relazioni e consuetudini che quella “estraneità” ridimensiona e scompone nella prospettiva deformata e deformante della realtà.

“Eccola la catastrofe, quando Bene e Male si presentano sotto una nuova luce e la personalità si sdoppia” ammonisce Anima in uno dei suoi interventi diretti al pubblico, quasi ammantandosi dell’antica funzione di coro tragico, più che meramente didascalica. Per sopravvivere alla mortificazione del sentirsi “buttati” e al conseguente assalto di una ridda di cattivi pensieri (Incredulità, Sgomento, Vergogna, Ossessione, Ansia....), prima nominati e poi personificati in brevi quadri scenici, commoventi, disperati, ma sempre intrisi di una ironia sofferta e acuminata, l’Uomo si allontana dalla coscienza, dallo spirito critico e reagisce seguendo il principio darwiniano dell’adattamento all’ambiente (la specie più forte).

Nel fidato amico Mimetismo e nel Neo-numerismo che nessuno ha il coraggio di contraddire si individuano le trappole vere, gli inganni subdoli del nostro tempo e i prodromi di un processo di disumanizzazione universale che deve far riflettere perché, come il protagonista di questo applauditissimo e intelligente spettacolo ben ricorda “Nel destino di un uomo ci può essere una fine del mondo fatta solo per lui”. Saprà, dunque, resistere l’Anima ? Riuscirà a non congedarsi del tutto dall’Uomo ? Nella scrittura drammaturgica pregiata e nella messinscena di un lavoro ben fatto e ben recitato già si matura più di una speranza.  

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