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La recensione settimanale di uno spettacolo della stagione ufficiale a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

AKTION T4

E’ nell’intreccio verbale iniziale tra l’etimologia originale e il senso ultimo di parole complesse quali “eugenetica” e “responsabilità” che si apre “Aktion T4”, la nuova importante riflessione teatrale compiuta da Lenz Fondazione, nel contributo fattivo specifico di Francesco Pititto (autore della drammaturgia e dell’imagoturgia), Maria Federica Maestri (responsabile della creazione scenica e della regia), Andrea Azzali (compositore del disegno musicale) e un coeso gruppo di attori e performer "sensibili" (Barbara Voghera, Carlotta Spaggiari, Alessia Dell’Imperio, Tommaso Sementa, Giacomo Rastelli).

Tema d’indagine delicato quello prescelto per l’allestimento, ovvero richiamare l’attenzione su una pagina atroce della nostra Storia più recente, quella inscritta nel programma nazista di eutanasia sui bambini portatori di handicap e malformazioni genetiche; e da lì, dalla traccia indelebile segnata dalla memoria storica, provare a costruire una “risposta di vita a posteriori”, gettare lo sguardo contemporaneo sulla follia e il fallimento di quel piano disumano, vivificando in scena proprio le potenzialità insite in quell’umana debolezza allora ferocemente perseguitata.

I raccordi drammaturgici di pregiata matrice poetica e quelli scenografici vanno a comporsi in un mosaico di sequenze di grande nitore visivo e performativo, dove ad imperare non sono i simboli dittatoriali del Terzo Reich o i frammenti video (compendio di materiale d’archivio e momenti di vita quotidiana nella Germania nazista) proiettati ai lati della scena, bensì la dignità e la resistenza dell’essere umano nella sua condizione di imperfetta bellezza e fragilità manifesta. Così la bandiera con svastica si presta a gesti che estendono il significato iconografico originale: essa viene cullata come un neonato in fasce, srotolata come una onda che può travolgere, indossata quale mantello, stesa per terra come giaciglio dove nascono incubi e domande incomprensibili nella loro semplicità e scarnificata crudeltà (“Perché siete fatti così? Così come? Così. Così come?”).

Pannelli obliqui trasparenti vanno a perimetrare la scena ma non lo spazio dell’azione che si muove, formale e rigorosa, in penombra, anche dietro quell’impianto strutturale, conferendo ogni volta ai quadri performativi profondità prospettiche e concettuali. L’annientamento programmatico hitleriano viene evocato a più riprese, da voci fuori campo, da stralci di racconti, così come da quelle colonne di polistirolo riverse sull’assito, a testimonianza anche del successivo crollo ideologico nonché, quando movimentate dagli stessi performer, in grado di rifrangere, in una visione straniata d’insieme, i principi neoclassici di perfezione, proporzione e simmetria.

Ad affermarsi non è il “valore delle rovine” enunciato da alcuni teorici nazisti ma il diritto all’esistenza e alla libertà di ogni essere umano, una libertà gridata con piglio volitivo da un attore-danzatore con Sindrome di Down, che quasi si fa beffe di quelle malvagie teorie eugenetiche, assumendo pose scultoree ed atletiche, come a volere depositare un modello estetico più compiuto. Oltre i canoni prestabiliti. Al di là delle terrificanti distopie legate alla razza ariana e al mito del superuomo. Perché ogni vita è un miracolo anche quando nasce da un uovo con il guscio incrinato come quello tenuto sul palmo di mano dalla sempre brava Barbara Voghera, impegnata in un passaggio monologico che sembra restituire una rinnovata immagine amletica dell’”essere o non essere”.

I suoni elettronici e i ritmi perturbati tessono il pavimento sonoro su cui poggia la successione di scene dalla meccanica plastica ma leggiadra, ben governata da interpreti precisi e sincronici. E se il “costo della malattia” diventa -come ricorda una voce registrata, richiamandosi alle feroci politiche di sterminio- parametro di identificazione sociale, unità di misura su cui calcolare i presupposti necessari dell’accettazione nella comunità, ecco che il sogno del “perché siete fatti così ?” riecheggia nuovamente, nella parte conclusiva, di una tragica e più compiuta consapevolezza di ciò che è stato e di ciò che è mutato in forma di pregiudizio.

Nel finale, con gli interpreti "sensibili" chiamati ad allinearsi sul proscenio, uno alla volta, da un perentorio “Raus!”, scorgiamo ancora i toni veementi dell’orrore del passato, capace di imprimersi nella coscienza collettiva di un presente che non può e non deve dimenticare.

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