L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

MARIA PAIATO: "TANTO RITMO NEL GIOCO BEFFARDO DI "PLAY STRINDBERG""

Per chi ama il bel teatro il nome di Maria Paiato è garanzia assoluta di pregio artistico. Il pensiero corre subito all’attrice veneta che, forte di uno strepitoso talento, incarna magnificamente valori quali fedeltà al proprio mestiere, devozione, disciplina, studio e la garbata signorilità propria di chi rifugge ogni forma di divismo. Di certo si tratta di una delle più luminose interpreti del palcoscenico italiano, come dimostrano i tanti premi (dal Flaiano, all’Olimpici del Teatro, dalla Maschera d’oro, agli Ubu, fino al premio Eleonora Duse) conseguiti nel corso di una lunga e folgorante carriera, che l’ha portata a lavorare con registi quali Luca Ronconi, Mauro Bolognini, Giancarlo Sepe, Valerio Binasco, e a spaziare con disinvoltura anche in produzioni cinematografiche importanti (è stata diretta, tra gli altri, da Francesca Archibugi, Marco Martani e Carlo Mazzacurati). Ogni volta raccogliendo il plauso della critica ma, soprattutto, del grande pubblico.

Sabato 6 e domenica 7 maggio alle 20.30, la voce versatile e la presenza intensa di Maria Paiato risplenderanno sul palco del Teatro Due nella pièce “Play Strindberg”, per la regia di Franco Però, opera che Friedrich Dürrenmatt compose nel 1969, in occasione della messinscena a Basilea, adattando al proprio sguardo registico e al virtuosismo degli attori coinvolti, il celebre dramma di Strindberg “Danza Macabra”.

Cosa racchiude, sul piano del significato, quel “play” del titolo? "Possiamo dire che in quella parola risiede la chiave di lettura della pièce: quel termine significa “recitare” ma, soprattutto, “giocare”. Svela il senso profondo della riscrittura di Strindberg compiuta da Dürrenmatt, dell’operazione teatrale svolta dal drammaturgo con una intenzione nuova, vale a dire, regalare una visione diversa del rapporto conflittuale e dei giochi di forza nel contesto di un matrimonio borghese. Invece di una tragedia come era in Strindberg, Dürrenmatt costruisce una commedia sulle tragedie matrimoniali. E’ un’opera per irridere noi stessi, per beffeggiare i disequilibri nelle relazioni, attraverso un registro quasi grottesco".

Si parte, dunque, dall’analisi sarcastica, feroce di un matrimonio infelice ma per indagare cos’altro? "Il rapporto di coppia diventa rappresentativo delle relazioni personali in generale. E’ sempre così a teatro: ogni indagine sull’umano assume un respiro più grande. Anche qui c’è una lettura a più livelli e lo spettatore che vedrà il lavoro potrà approfondire, cogliere un senso altro, più completo, portare a casa una riflessione d’insieme, richiamandosi a quel gioco al massacro che coinvolge tutti, quotidianamente, nella relazione con l’Altro, non solo fra coniugi".

Dicevamo dei toni caustici, beffardi, crudeli che percorrono la pièce. Cosa significa per un attore muoversi su un registro interpretativo di questo tipo? "E’ indubbiamente molto divertente. Con me in scena ci sono due formidabili attori, Maurizio Donadoni e Franco Castellano, e quello che conta nel nostro interagire, ciò che regge la struttura del dramma è il ritmo, i tempi serrati, il gioco intrapreso nell’uso della parola e nello scambio di sguardi. Qui non si compiono indagini psicologiche, intimistiche. In questo spettacolo tutto si gioca sulle sospensioni, sulle improvvise accelerazioni, sul rinvio della battuta, in un palleggiare continuo. E’ come una partitura musicale, molto vivace e stimolante. Questo divertimento è ancora più vivo quando si viene da un lavoro completamente diverso come “Due donne che ballano”, che ho da poco interpretato e che aveva un impianto drammaturgico differente. Là c’era una tensione emotiva più forte, uno scavo interiore più profondo. In “Play Strindberg” è l’andamento dei dialoghi a scandire il ritmo del gioco, agito come se fosse una sfida sul ring".

Dürrenmatt in questo lavoro affermò la libertà interpretativa del regista e degli attori sul testo originale. Ma esiste un limite artistico oltre il quale l’arrangiamento teatrale non può spingersi?  "E’ una domanda difficile. Personalmente penso che non ci sia un vero e proprio limite. Le possibilità interpretative di capolavori letterari e drammaturgici sono infinite e vanno percorse con coraggio. Apprezzo molto le riletture contemporanee di classici e mi piacerebbe molto riuscire io stessa ad estrapolare temi e ispirazioni da testi antichi, sui quali elaborare storie, per poi svilupparle in relazione al tempo in cui vivo. E’ così: un’opera d’arte, quando è tale, diventa una miniera di opportunità e sollecitazioni continue che consentono di ricreare nuovi mondi. E poi non bisogna mai dimenticare che ogni testo, quando viene rappresentato in scena, cambia, poiché tradotto dal lavoro di esseri umani che, per loro stessa natura, si trasformano continuamente: lo spettacolo rivela, ogni giorno, cose nuove, riflettendo su di sé il cambiamento emotivo e fisico di coloro che recitano".

La vita come tempo di lotta perenne, anche e soprattutto nelle relazioni affettive. E’ d’accordo con questa visione esistenziale o è più ottimista ? "Proprio in occasione di una recente replica dello spettacolo, due signore del pubblico mi hanno raggiunta in camerino per complimentarsi ma anche riportarmi visioni opposte sul tema: una sosteneva che davvero il matrimonio porta a un quotidiano scontro tra le parti e l’altra, al contrario, esprimeva un’opinione più positiva e rincuorante. Parlando in una prospettiva più ampia, non riferita solo alla vita di coppia, vediamo, purtroppo, molta sofferenza attorno a noi, forse perché il conflitto ci colpisce di più e rimane impresso più a lungo nel nostro ricordo, quasi ad incidersi dentro di noi. Come Dürrenmatt, anch’io sono poco ottimista di natura, ma sono ben felice quando incontro persone che sanno farmi ricredere".

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