La recensione

RICCARDO III E LE REGINE

Da Shakespeare

DI E CON: Oscar De Summa

E CON: Isabella Carloni, Silvia Gallerano, Marco Manfredi, Marina Occhionero.

LUCI: Matteo Gozzi

COSTUMI: Emanuela Dall’Aglio

PRODUZIONE: La Corte Ospitale (in collaborazione con Armunia Centro di Residenze Artistiche Castiglioncello)

 

Nel vedere lo spettacolo ideato, diretto e interpretato da Oscar De Summa sul palco del Teatro delle Briciole insieme a una grandiosa triade di attrici (le regine, anche su un piano recitativo, Isabella Carloni, Silvia Gallerano e Marina Occhionero) e al versatile Marco Manfredi (impegnato alla consolle audio-luci, a lato della scena, e così pure nel ruolo del connivente cugino Buckingham), verrebbe quasi da pensare a una frase interpretativa di sintesi: colui che sa usare il linguaggio e ne padroneggia le strutture più profonde, le forme più articolate, può davvero governare il mondo. E può, altresì, dominare la scena teatrale, dove il mondo si fa rappresentazione di se stesso, anche nelle sue aberrazioni.

Nel lavoro di De Summa, il protagonista è, soprattutto, questo: un grande affabulatore e abile dissimulatore. La sua deformità fisica che tanta densità di significati aveva nell’opera shakespeariana, viene solo accennata, ridotta a una leggera claudicanza, e quindi secondaria nella geometria generale di un allestimento che vuole indagare la straordinaria forza manipolatrice della parola. Riccardo è padrone assoluto di un eloquio che sa serrare in discorsi concitatissimi, al limite della comprensione, dilatare in respiri, pause e sussurri, carichi di potere seduttivo, o addirittura disperdere in smorfie e battute capaci di far sorridere, seppur amaramente per la stridente ironia ingenerata in un’atmosfera dark, cupa e greve. Ogni passaggio della messinscena è determinato dal rapporto fra quel linguaggio, come espresso dalle volute interpretative di De Summa, e l’attenzione esercitata sui due principali poli ascoltatori della sua arte oratoria: le regine del testo (vale a dire Elisabetta Woodville, Margherita D’Angiò, la Duchessa di York e, in ultima istanza, Lady Anna) e il pubblico in sala. Così, se nella relazione dialogica con le prime quello che si realizza è l’apogeo del dominio maschile, espresso nel desiderio spasmodico di assoggettare il femmineo in tutti i suoi diversi aspetti (con le regine che vanno a incarnare le distinte personalità di una stessa divinità muliebre, satura di dolore e odio), di piegare la controparte ritenuta debole alla propria diabolica ambizione di diventare Re, nel rapporto diretto con lo spettatore De Summa/Riccardo si fa complice e istrione. Negli “a parte” mormorati con voce calda e suadente a un microfono, sul proscenio, Riccardo spiega e istruisce, assumendo su di sé il mandato scenico di Maestro del Male, ma secondo modalità espressive familiari e intime che conducono oltre la forza poetica della figura archetipica tradizionale, sul terreno di una improvvisa simpatia e affabilità. “Tu fai qualcosa d’illecito e poi incolpi qualcuno. Trovi un punto debole in qualcuno e poi colpisci lì. Seguitemi…”.

Ed è con quel “seguitemi”, ripetuto in più momenti, all’apertura di ogni nuovo quadro scenico (con un disegno luci che va fotografando gli scatti emblematici della delittuosa ascesa al trono/discesa morale), che siamo accompagnati nell’Io di Riccardo, quasi macchiandoci noi stessi, ma con coscienza stavolta, della colpa nell’averne accolto il subdolo invito. Eppure, nel corso della storia, è lo stesso Riccardo a invocare l’assoluzione “Io non sono stato più crudele della natura e del tempo” e ancora “Non sono gli eventi a determinare gli stati d’animo ma il significato che diamo loro”. E dunque che significato possiamo dare noi spettatori, resi partecipi e consapevoli, a tante morti inutili ? Come possiamo giustificare il corteggiamento a Lady Anna sulla bara del marito di lei e l’inveterato atteggiamento sprezzante e denigratorio nei confronti dell’altro sesso ? Il potere non può, quindi, che fondarsi sull’uccisione degli avversari e sugli intrighi a danno di donne e giovani imberbi come il principe ereditario ?

La scena va confermando, nella sua oggettivazione, questa visione, con un trono ligneo, eretto al centro ma costruito su una tomba della medesima materia, come facente parte di un unico blocco/struttura, e con croci soltanto a fare da ornamento. Incombe su di esso un telo-sipario (o un gigantesco sudario ?) che verrà strappato da Elisabetta, dopo la morte del sovrano consorte e, una volta lasciato cadere, svelerà a spettatori e personaggi tutto lo spettacolo delle malvagie trame di Riccardo. Musica gothic-celtic e contaminazioni sonore hard, parimenti ai costumi punk rock, partecipano incisivamente a creare, calandola in una manifesta dimensione contemporanea, una consonanza tragica, segno del destino scandaloso o luttuoso ma comunque senza scampo, delle regine; in primis di Lady Anna, che riuscirà a convolare a nozze con il nuovo Re Riccardo solo iniettandosi una dose di eroina -impossibile non volgere un pensiero alla disperazione raccontata nell’altro applaudito spettacolo di De Summa “Stasera sono in vena”- e maledicendosi poiché “carne in rovina condannata da me”.

Forse, nell’insieme, non tutto scorre e funziona con quella precisione che il capolavoro originale, da cui prende parziale avvio (alcuni passaggi sono stati, invece, scritti e organizzati nella costruzione drammaturgica) meriterebbe, ma l’operazione teatrale compiuta appare, comunque, poderosa, allineando perfettamente su una battuta conclusiva di Riccardo “La mia coscienza ha mille lingue diverse” e sull’occorrenza finale della parola “colpevole !”, gridata ripetutamente dal protagonista, il suo senso ultimo e più pervasivo. 

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