La recensione

ROSSO CAPPUCCETTO

Esistono tanti modi per raccontare una fiaba: leggerla, giocarla, recitarla. Oppure, indossarla come un abito e agirla dal suo interno. Sembra quasi incredibile che si possa fare ma è ciò che si è letteralmente realizzato al Teatro delle Briciole, davanti agli occhi stupiti e sinceramente ammirati di un pubblico eterogeneo per età, in occasione del debutto di “Rosso Cappuccetto”, nuovo bellissimo progetto della geniale Emanuela Dall’Aglio. Fiaba antica, questa di Perrault, ma anche particolarmente insidiosa per quella immanente nota paurosa e inquieta che la figura del lupo fa presagire da subito, prima ancora della sua comparsa, e che inevitabilmente determina nei più piccoli un certo comprensibile grado di apprensione fin dalle prime battute. E allora ecco che, per ben disporre gli animi e conferire al momento teatrale una intelligente e tutt’altro che superflua leggerezza, arriva in soccorso la grande sensibilità dell’artista: ad accoglierci è la Dall’Aglio in qualità di esperta studiosa (con tanto di camice, cartellino identificativo e occhialoni ) che di fronte a un tavolo/esposizione ci introduce e invita con competenza e rigore scientifico all’osservazione del prezioso “elemento fiabesco”. In fondo è proprio questo il suo compito: recuperare i reperti chiave, originali delle fiabe, che i personaggi abbandonano nel corso di un racconto, al fine di costituire il museo del “Once Upon a Time”. C’è di che sorridere ma anche riflettere su un tale insolito lavoro di preservazione e i bambini lo capiscono, mostrandosi divertiti ma anche rispettosi, quando vengono chiamati a verificare di persona l’autenticità degli oggetti chiusi in quattro piccole teche: le fragole del bosco, il cestino della mamma (con vino e focaccia calda), il sasso “autodifesa da lupo” e la profumatissima torta di mele della nonna. Come a dire: abbiamo le prove inconfutabili della sostanza e del valore della storia, le testimonianze materiali che un tempo imprecisato, magico, così come una terra lontana, misteriosa, possano e debbano essere idealmente valicati; non resta che compiere l’impresa, insieme, con attenzione, sentimento e coraggio. La scena si svuota così delle sue “componenti d’indagine” e si apre al rito del racconto, racchiuso in un grande manufatto governato al suo interno dalla stessa Dall’Aglio, che, avanzando lentamente al centro del palco, va a costituire l’impianto architettonico dello spettacolo (è palco, sipario, ambientazione scenografica, coltre da cui far emergere o nascondere i personaggi), richiamando, in questa dimensione circoscritta d’azione, una significazione più ancestrale e intima di simbolico focolare. “C’era una volta in fondo a una valle una montagna gigantesca che al chiaro di luna sembrava una gran dama…” e questa struttura materiale dalle indistinte parvenze umane che si erge sul palco, ne connota quale ingegnosa soluzione artistica e visiva, le caratteristiche, oltre che rivelarne i segreti. La ben nota vicenda di Cappuccetto si dipana così, poco alla volta, per svelamento di piccoli quadri animati, in un paesaggio costruito verticalmente sull’asse del corpo, dove, con piccoli accorgimenti di pura maestria artigianale, non vanno a perdersi le prospettive spaziali, né i diversi piani di lettura; i personaggi sono inglobati nelle pieghe del costume portante e i dettagli diventano fonte continua di scoperta ed emozione, come in un pop up di inesauribile fantasia e ricchezza guidato, con ritmo e precisione, dalle abili mani della brava Dall’Aglio. C’è tanta poesia in questo riuscitissimo lavoro ma anche tanta ironia, come in quel lieto fine catartico, ereditato dalla versione successiva dei fratelli Grimm, e qui affidato all’intervento di uno strampalato cacciatore spasimante della nonna; unico personaggio a sopraggiungere da lontano, dalle quinte laterali ma sempre manovrato dalla Dall’Aglio (allontanatasi sul finale dall’abito- congegno) a rammentarci ancora che spesso è proprio la casualità di un incontro inaspettato , brutto o bello che sia, a cambiare un destino e il corso di una vita. Doveroso e appassionato lo scroscio di applausi al termine che ha decretato, meritatamente, il successo di questa nuova produzione.

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