L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

VINCENZO PICONE: "Teatro e comunità in AnelloDebole"

Può sembrare incredibile eppure in questo tempo così malato, che costringe al distanziamento, che sembra quasi invitare alla solitudine e all’individualismo, c’è chi sta coraggiosamente percorrendo una direzione ostinata e contraria. Intendiamoci, nessuno che voglia trasgredire la legge, né violare i protocolli di sicurezza. Ma se oltre alla catastrofe sanitaria, in un Paese (l’Italia) si vive anche un’autentica emergenza culturale e sociale, ecco che ogni progetto artistico orientato alla valorizzazione della comunità, della  relazione, del dialogo, appare come un autentico miracolo. Lo è nel suo sbocciare, lento, organico e costruttivo, anche la serie d’iniziative della neonata associazione “AnelloDebole”, un gruppo di giovani artisti che sul territorio di Felino, per la precisione nella ridente Sant’Ilario Baganza, sta avviando da qualche mese, con grande impegno ed entusiasmo, una speciale azione teatrale. Perché speciale? Perché in presenza, partecipata attivamente dalla cittadinanza locale. Come a dire: il piccolo paese funge stavolta da modello per quello grande. Ideatore di questa bellissima operazione culturale collettiva, che riesce a mantenersi e a svolgersi nel rispetto delle regole anti-contagio, è Vincenzo Picone, tra i più apprezzati registi e autori della nuova generazione, già conosciuto a Parma per la sua lunga collaborazione con Teatro Due (lo ricordiamo alla guida dello spettacolo “Littoral”, ma anche di “Così vicino. Così lontano” e “Prof, cosa vuol dire essere vivi?)

Che cos’è in breve il progetto “AnelloDebole”? “È il risultato- anche se tuttora in divenire, per la progettualità che implica- di quelle riflessioni e quei pensieri che mi hanno attraversato durante la prima lunga quarantena di marzo. Forse è vero che nascita e morte vanno di pari passo: in un certo senso per me è stato così, perché quel grande momento di inattività mi ha riacceso le idee e tanta voglia di realizzarle. Devo premettere una cosa: un anno fa circa mi sono trasferito con la mia compagna a Sant’Ilario Baganza, vicino Felino, in un piccolo podere circondato da un vasto spazio verde, con gli animali, la stalla, l’orto, insomma uno scorcio di campagna che devo dire mi ha sempre attratto. Quest’estate, un po’ per gioco un po’ perché era forte il desiderio di comunicare, abbiamo cominciato ad aprire le porte della nostra piccola “corte contadina” ai vicini di casa, agli abitanti del paese, offrendo poi delle micro letture, dei brevi momenti musicali, piccole mise en éspace e laboratori. Ovviamente, non potevamo ricevere troppe persone ma il fatto che fosse un’area esterna ci ha consentito di provare. Da sempre mi porto dentro quest’idea di un teatro che non rinuncia al suo valore estetico ma che nemmeno desidera chiudersi in una torre d’avorio. Questo principio fa parte della mia formazione artistica, del mio percorso professionale che è partito con il teatro partecipato di Claudio Longhi, proseguendo con il Teatro Dell’Argine fino ad approdare alle esperienze collettive intraprese con Teatro Due. A motivarmi nel mio lavoro di regista è sempre stata la volontà di creare ponti fra le persone ed è quello che ho cominciato a sperimentare anche quest’estate: noi pensavamo al momento artistico, e poi ci raggiungeva il vicino che portava i panini, quello che si occupava delle bevande, quell’altro che invece portava un racconto, una storia. Piano piano la comunità si aggregava in quella corte, ma senza creare assembramento, parola così in voga oggi; piuttosto cercando di ritrovarsi nel confronto, nello scambio di esperienze. Dopo quelle prime serate, il Sindaco di Felino, Elisa Leoni, mi ha contattato, è venuta a un nostro incontro e mi ha proposto di organizzare un lavoro teatrale simile all’interno della corte di Sant’ Ilario Baganza. È nato così un primo studio di uno spettacolo tratto da “Gli Uccelli” di Aristofane, in cui ho coinvolto alcuni colleghi come Davide Gagliardini, che stimo profondamente e che segue con me il progetto, e poi un piccolo gruppo di ragazzi universitari, appassionati di recitazione, ma anche una ventina di abitanti di Sant’Ilario. A settembre 2020 siamo andati in scena con questa compagine e ci siamo animati di un tale entusiasmo che abbiamo rilanciato con un progetto a lungo termine. Ci siamo accorti che stava nascendo qualcosa d’importante, di prezioso e allora è stato naturale dirsi: perché non proviamo ad ampliare il lavoro abbracciando idealmente tutta la comunità felinese? Questo è il nostro primo, ambizioso obiettivo. Oggi stiamo coinvolgendo in una bella sinergia anche altre realtà associative, quali l’Archivio Storico, la Biblioteca, Officina Om”

So che avete redatto un piccolo manifesto poetico dove sono presenti alcune domande. Mi hanno colpito due in particolare, che vorrei riproporti qui: la prima, ha senso il teatro? E poi, ha senso l’utopia? “Non posso che rispondere così: lo sto cercando quel senso. Negli ultimi anni credevo di averlo trovato con certe caratteristiche, ma aveva ragione il Maestro Peter Brook “Il punto è sempre in movimento”. Del resto, definire è un po’ come decretare la morte di ciò che si definisce. È vero che la domanda è sempre più importante della risposta e della definizione. Dunque, forse è giusto così, che il senso del teatro un po’ ci sfugga, perché non può morire, come non può estinguersi la possibilità per l’uomo di raccontarsi. In quanto alla parola “utopia”, credo che questo sarà il lemma più usato prossimamente. Da oltre 200 anni l’uomo lavora sulla distopia. Se il mondo è una rappresentazione della nostra immaginazione, e questo lo sostenevano geni assoluti quali Shakespeare o Calderón, per migliorare realmente il nostro futuro non possiamo che cominciare subito a ragionare in termini di utopia, cambiare registro, immaginario, visione. E forse è proprio nel ritorno all’essenziale la chiave di volta. Ma la semplicità è la cosa più difficile da ottenere oggi perché ha a che fare con il togliere e quindi con il vuoto. Ecco una domanda interessante da indagare: perché l’uomo moderno ha così tanta paura del vuoto? Nel nostro piccolo ma allargato progetto di Felino, proveremo ad esplorare insieme queste tematiche e tenteremo, se le cose andranno come speriamo, di invitare qui altri artisti con cui confrontarci”

Partire dall’AnelloDebole significa partire dalla fragilità, e mai come quest’anno ognuno di noi si è sentito tremendamente fragile. Che risposta state ottenendo dunque dalla popolazione? “Da quando abbiamo iniziato il progetto siamo stati letteralmente inondati di gratitudine, anche nei piccoli gesti quotidiani. Un esempio? Durante le prove di settembre, finivamo a tarda sera, a volte anche a notte fonda, ma i nostri fantastici vicini ci hanno accuditi e rifocillati, sostenendoci col loro affetto. È incredibile pensarlo oggi ma noi potremmo vivere di questo, ognuno potrebbe vivere del proprio talento, di ciò che sa fare. Ecco, scoprire tutto questo in un mondo governato dal capitalismo e dal profitto, riesce a dare tanta speranza e tanta forza per il futuro”.

Entrando più nello specifico delle iniziative, cosa sono “I Giorni dell’Alambicco”? “È il nome scelto per la Festa del Teatro che vorremmo allestire nell’estate 2021. Una tre giorni di appuntamenti che andranno dal teatro, alla musica, al racconto, ai laboratori. L’abbiamo chiamata così poiché volevamo richiamarci al Medioevo, o meglio, dal nostro punto di vista il nostro presente ha alcune affinità con il periodo medievale: come allora anche questa è un’epoca di grande trasformazione, di crisi, un momento in cui le stesse istituzioni sembrano vacillare ed è ormai diffusa l’idea che una rigenerazione autentica possa giungere solo “dal basso”, dagli strati più umili della società. L’alambicco ci è sembrato perfetto: è uno strumento medioevale, di origine alchemica che a quel tempo trasformava il piombo in oro, mentre oggi trasforma l’uvaggio in grappa. Ancora una volta rimanda metaforicamente a ciò che è essenziale, alla distillazione. Distillare sarà una parola chiave del nostro progetto. Abbiamo anche una nostra immagine simbolo: una figura umana un po’ surreale, che si aggira per i campi e le strade del paese, con una nuvola al posto della testa. Sogno e terra, immaginazione e materia, leggerezza e sostanza sono racchiuse in lei”

Ma allora, Vincenzo, dato che tanto se ne discute, ti chiedo: è possibile anche oggi fare teatro in presenza? E che tipo di presenza è? “Ci addentriamo in un discorso molto delicato. Quando facciamo queste piccole azioni teatrali nel borgo, lavoriamo su un confine davvero labile e ne siamo tutti consapevoli. Io sono cosciente che il teatro è un incontro fra uno spettatore che sceglie di andare a teatro e un artista che propone un proprio lavoro, però è vero anche che noi, in quanto teatranti, dobbiamo provare ad intercettare quella parte di pubblico più inconsapevole, inventando soluzioni diverse, adatte al momento. L’abitante del borgo entra a far parte dell’azione teatrale ma lentamente, gradualmente, quasi accettando un invito. È accaduto con le ultime due iniziative realizzate pochi giorni fa in centro a Felino. La prima intitolata “L’arrotino” ha suscitato tanta simpatia: avevamo fatto registrare dagli attori l’annuncio tipico dell’arrotino e passando per le strade con il mezzo ambulante, la gente è scesa a portarci i propri coltelli, scoprendo poi che vendevamo strumenti per gli “stati d’animo”: una provocazione, una battuta, una frase gentile. Il nostro è un tipo di teatro estemporaneo, che fa sorridere e turbare. Un’altra azione teatrale è stata quella delle “Solitudini”: ci siamo immaginati uomini e donne che, esasperando certi atteggiamenti, si trasformavano negli oggetti del loro desiderio, nelle cose da comprare”

A onore del vero, sia tu che Davide Gagliardini, che ti accompagna in questo percorso, non siete nuovi a pratiche teatrali originali capaci di migrare oltre la scena per raggiungere e abitare luoghi diversi, in mezzo alla gente. Così è stato ad esempio per la classroom play “Prof. cosa vuol dire essere vivi?”, rappresentata per diversi anni nelle scuole di Parma e frutto di una consolidata collaborazione con Teatro Due. Ma in “Anellodebole” il lavoro che vuoi realizzare è trasversale, si rivolge a giovani ed anziani, persone di diversa estrazione e cultura. Un paese intero appunto. Quale modello teatrale ispira il tuo disegno artistico attuale? E cosa vorresti che restasse agli abitanti di Felino di questa esperienza? “Tutto quello che uno fa è il frutto di quello che ha desiderato nel corso della propria vita. Io ho deciso di fare teatro quando ho ammirato gli spettacoli di Ariane Mnouchkine e il suo Théâtre du Soleil o quando ho studiato Peter Brook e il suo nomadismo teatrale in Africa. Per me l’unione fra lavoro artigianale e visione artistica è imprescindibile. Il Teatro non può perdere la sua dimensione rituale, dove le persone possono incontrarsi, dove è viva l’urgenza di una ricerca e di un confronto. Posso dire che da alcuni anni abitano in me due anime, quella più legata al teatro istituzionale, e quella di un teatro con un altro ritmo, una diversa logica, una nuova prospettiva. Ora come ora non so dire quale delle due prevalga, ma lavoro e sperimento anche per capirlo. Cosa vorrei che restasse a Felino? Una casa-teatro, naturalmente! Che sappia accogliere sempre, oltre il mio e il nostro tempo”

 

Per seguire il progetto 

https://www.facebook.com/associazioneanellodebole/

https://www.instagram.com/anello.debole/

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