L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

ALESSANDRO BLASIOLI: "Questa è casa mia" per allenare la memoria collettiva"

Ama ancora definirsi “un emergente”, il giovane attore e drammaturgo abruzzese Alessandro Blasioli, e questo nonostante sia oggi considerato, tra gli artisti della sua generazione, come uno dei più bravi esponenti del teatro di narrazione nazionale, successo confermato dai numerosi riconoscimenti conseguiti negli ultimi anni e dagli applausi entusiastici che sempre accompagnano le sue performance in giro per l’Italia.È l’umiltà sincera dei grandi, di chi è consapevole delle proprie capacità, della propria preparazione, ma che, ispirandosi a due giganti del teatro quali Marco Baliani e Marco Paolini, sente di avere ancora della strada da fare, e tanta esperienza da vivere sul palco. Una tappa che si preannuncia particolarmente carica di emozioni per lui sarà proprio quella alla Corte Le Giare di Ragazzola, sabato 27 giugno, dove nell’ambito della rassegna “Di Nuovo il Teatro”, porterà in scena alle 21.30, in una suggestiva cornice all’aperto, atta ad ospitare in piena sicurezza, uno dei suoi lavori più apprezzati dalla critica e dal pubblico “Questa è casa mia – Dolor hic tibi proderit olim”, monologo accorato, maturo, pulsante e, a tratti, amaramente sarcastico del dramma vissuto dal popolo abruzzese nel post sisma del 2009.

Il terremoto dell’Aquila è una ferita tuttora aperta nella nostra storia. L’esperienza tragica recente, legata alla pandemia, ha però stravolto la nostra vita a un punto tale da pensare a un “prima Covid” e a un “dopo Covid”. Secondo te c’è il rischio che l’evento epocale che stiamo attraversando possa ridimensionare se non addirittura cancellare la memoria collettiva di tragedie passate? “Per esperienza personale un forte trauma non si può mai dimenticare del tutto. A volte si può cercare di non pensare al dolore e per sfuggire alla sofferenza si prova a restare concentrati su altro; è una strategia naturale che ci aiuta a mettere in secondo piano i dolori vissuti prima. Pensiamo, per fare un esempio banale, ad una cefalea improvvisa che arriva e sembra far scomparire ogni altro male fisico che poco prima ci tormentava. È la tendenza umana naturale che ci spinge a prestare attenzione a una cosa per volta. Ciò che non è previsto tende momentaneamente a sopraffarci e ad allontanarci da altri pensieri. La pandemia ha fatto questo: ci ha costretti ad affrontare un’emergenza mai vista prima. C’è tuttavia un’altra questione su cui è importante riflettere: l’essere umano ha purtroppo anche la tendenza a dimenticare il passato. Forse per vigliaccheria, o forse come meccanismo di difesa. Ecco, il racconto ci permette di evitare quest’ultimo atteggiamento, ci consente di tenere acceso il ricordo e la memoria. Dunque, sì, il rischio che si abbandonino molti fatti in un angolo della nostra mente e del nostro cuore esiste, ed è un pericolo vero. Il mio ruolo di narratore s’inserisce proprio qui: io me lo ricordo bene quel terremoto e per questo vado in scena, ad allenare la memoria sul significato di quel pezzetto di storia nazionale, che poi è diventato ricordo comune, di altri terremoti, di altre tragedie, di amministrazioni poco attente. Sono a mio modo un testimone, mi faccio carico di questo ricordo e lo racconto per suscitare emozioni e ragionamenti. Non dobbiamo mai ostacolare il ricordo. Se voler dimenticare è giustificabile, come strategia di autodifesa, allenare il proprio pensiero critico, e il senso civico, è un dovere morale a cui non possiamo sottrarci. Oggi ricordiamo con la velocità di un click, ma non depositiamo la memoria dentro di noi, e non la ricollochiamo nel nostro presente: quante persone durante il lockdown avranno pensato a quella parte di popolazione terremotata che non solo ha dovuto vivere la quarantena e la paura del Covid ma che lo ha fatto chiusa in prefabbricati o in moduli abitativi temporanei?”

Paradossalmente la lenta ripresa delle attività teatrali con le rigide regole anti-contagio potrebbe proprio andare incontro alla modalità comunicativa del teatro di narrazione, con un solo interprete coinvolto, e dunque a una forma artistica volta soprattutto a tenere la memoria in esercizio, come dici tu.  Ma come cambia, se cambia, la comunicazione in un tempo come questo? Il linguaggio teatrale deve caricarsi di nuova forza e nuovi significati? “Non credo che occorra cambiare nulla sul piano comunicativo. Il teatro ha attraversato i secoli ed è arrivato a noi senza temere le chiusure o le leggi. Inoltre, se consideriamo lo spettacolo come un prodotto artigianale, e per me è così, esso vive di vita propria, respira nel pubblico e con il pubblico, si nutre dell’empatia fra narratore e spettatore. Anche questo monologo che presento a Ragazzola manterrà la sua forma originale, la sua energia e la sua potenza. Forse sarà per me un po’ difficile vedere una platea distanziata, ma sono certo che la parola teatrale saprà avvicinare e unire i singoli spettatori”

Pur parlando di terra d’Abruzzo, “Questa è casa mia” ha sempre incontrato grande successo nel territorio emiliano, con diverse repliche e premi conquistati (ricordiamo quello della Critica al Palio Ermo Colle 2018 e quello del Pubblico al Festival Teatrale di Resistenza “Museo Cervi” nello stesso anno). Come ti spieghi questa accoglienza così calorosa? E inoltre…nemo propheta in patria o forse più semplicemente il tuo lavoro è considerato per certi versi scomodo? “Più che scomodo è un lavoro teatrale troppo doloroso per gli abruzzesi. C’è stato un importante teatro de L’Aquila che me lo disse proprio, con grande onestà: non volevano in cartellone spettacoli che toccassero il tema del terremoto, che c’era bisogno di ricordare ma anche di andare avanti e provare a svoltare, in qualche modo. In Emilia è stato molto diverso. Una terra anch’essa profondamente ferita dal terremoto, ma che dall’ascolto di questo monologo ha cercato di trarre esperienza e pensiero, forse avvantaggiata dal fatto che la gente non si sente direttamente coinvolta nel racconto, non parlo di Modena ma de L’Aquila. È quella giusta distanza dai fatti che aiuta lo spettatore a seguire la storia. Il pubblico emiliano è anche abituato a una scelta culturale più oculata, cosa che in Abruzzo manca ancora un po’”

Il tuo monologo non vuole solo denunciare le speculazioni verificatasi nel periodo immediatamente successivo al sisma. Il racconto è attraversato infatti anche da ironia, e da nomi, colori, toni legati alla tua tradizione, al tuo dialetto, da canti e ricordi popolari. Quanto Abruzzo c’è in questo approccio alla vita, in quella visione dell’amicizia, della famiglia e della tragedia che racconti nel testo? “Tanto. Nel mio lavoro vibra la terra in cui sono nato e chi vedrà lo spettacolo scoprirà cosa intendo. È vero quando si dice che noi abruzzesi siamo “forti e gentili”. Siamo rustici, con un’economia cresciuta grazie all’agricoltura, alla pastorizia, ma siamo anche capaci di grandi gesti di generosità. Ricordo che nel 2009 l’Abruzzo affrontò il terremoto stringendosi davvero in un’unica comunità, e cercando di uscire con dignità dall’abisso di problemi in cui era sprofondato”

Per parlare della rassegna a Ragazzola e riferendoti allo spettacolo di Tindaro Granata che precede la tua serata, hai scritto in un post social “si vedranno spaccati siciliani e spaccati abruzzesi in quel di Ragazzola”. Possiamo dire che in questa bella occasione teatrale l’Italia si stringe in un ideale abbraccio tra nord, centro e sud? “Assolutamente sì, e sono così felice di partecipare! Ribadisco quello che ho scritto in quel post, e non posso che elogiare il lavoro del Teatro di Ragazzola e di tutti coloro che hanno permesso questa “due giorni” di teatro. Il fatto che una piccola realtà del Nord Italia possa dare la possibilità a un artista incredibile come Tindaro Granata e anche a me, che sono una narratore della scena off, di rappresentare due lavori di grande valore civile è una prova di forza e impegno culturale straordinari. Ragazzola ci ha dato la possibilità di ricominciare, e al tempo stesso ha simbolicamente sottolineato un senso di unità nazionale, un significativo segnale di speranza. In un generale clima di incertezza, tra riaperture dei grandi spazi teatrali e piccole realtà artistiche che invece stentano a riprendersi e rischiano di scomparire, questa rassegna di Ragazzola è un evento che significa davvero tantissimo”

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