L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

MATTHIAS MARTELLI: "CON MISTERO BUFFO SI RIDE E SI SPALANCA IL CERVELLO"

Per chi non lo sapesse, Matthias Martelli è un attore “titolato”. Sì, perché poco prima di morire il geniale Dario Fo lo aveva ufficialmente riconosciuto come il suo erede artistico, il nuovo “sublime giullare”, l’istrione capace di far ridere e pensare, smascherando l’ipocrisia dei tempi. Ed è stato proprio “Mistero Buffo”, gioiello teatrale dal carattere rivoluzionario che portò alla ribalta il suo autore Fo, a decretare in questi anni l’ascesa inarrestabile del giovane urbinate Martelli e a sancire il patto giullaresco con il suo Maestro. Un passaggio di testimone che ha comportato anche una grande responsabilità per il discepolo della scena: quella di ridare luce e vita a un testo poco frequentato, o poco compreso, e trasmetterne appieno la sua bellezza, la sua potenza e la sua carica evocativa e satirica anche alle nuove generazioni. Martelli ne è convinto, così come il suo mentore e regista, nonché grande uomo di teatro Eugenio Allegri: “Mistero Buffo” è un’opera stupefacente, dal valore universale e, dunque, sempre attuale. E come non essere d’accordo con questo pensiero? Il dinamismo, la gestualità irriverente, il gioco multilinguistico del grammelot, e tutta la vis comica di cui è intriso il testo originale (ben rispettato, seppur con rinnovata freschezza), travolgeranno lo spazio dell’Arena del Sole di Roccabianca sabato 15 febbraio alle 21.15.

Prima di parlare di Mistero Buffo ci tengo a complimentarmi per la scelta del nome che hai dato alla tua tournée, fittissima di date in tutta Italia: “sghignazzo tour”. Perché la parola sghignazzo? “Perché rimanda a una risata folle, aperta, liberatoria, piena di energia ed esplosiva. È proprio quel modo di ridere che io associo sempre a una citazione di Molière che amo ricordare e che mi ispira da quando ho iniziato a fare il comico: “Nella risata ti si spalanca la bocca ma anche il cervello e nel cervello ti si infilano i chiodi della ragione”. In quel termine sghignazzo c’è il carattere satirico che accende il pensiero, la coscienza, la riflessione. È beffardo ma intelligente, arguto ed aguzzo”

Dal debutto nel 2017 il tuo Mistero Buffo ha ottenuto uno straordinario successo sia in Italia che all’estero. Sei stato definito dalla critica: pirotecnico, geniale, entusiasmante, irresistibile, virtuosistico ma quello che più mi ha colpita è che tutti unanimemente hanno riscontrato che in questo lavoro ora c’è molto di te, della tua personalità. Come ti sei dunque avvicinato all’opera del Maestro e come te ne sei poi col tempo discostato? “E’ stato un percorso istintivo. Questo spettacolo può essere fatto solo se riesci ad accompagnare la tua esperienza insieme a quella di Fo, altrimenti tutto non può che ridursi a una pura mimesi dell’interpretazione originale. Questa consapevolezza è ciò che più mi fa divertire e più mi fa piacere il lavoro. E poi c’è un altro aspetto da considerare: io non ho mai provato riverenza né timore nei confronti del Maestro che mi ha preceduto. Pur avendo grande rispetto della sua opera e del suo genio, non mi sono mai sentito giudicato. Mi sono lasciato sempre e soltanto ispirare dall’idea che quel testo fosse straordinario e che occorreva rifarlo, difenderlo, conferirgli nuova luce, senza per questo temere il giudizio di nessuno, ma appunto cercando ogni volta di affrancarmi dall’impronta del padre artistico. Salvare la bellezza della scrittura e la sua forza satirica attraverso il gioco comico, che deve essere, però, il proprio gioco personale: questa è l’unica regola che ho pienamente rispettato, mettendo in atto anche una lunga e complessa preparazione attorale che ho affinato grazie ad Allegri. Dunque, istinto e tecnica. È questo binomio che ha reso davvero interessante il mio Mistero Buffo, questo imprimersi di energia, commozione, emozione che funziona poiché sostenuto dallo studio, da una serie di fondamenti stilistici e tecnici propri soprattutto della Commedia dell’Arte e del teatro fisico. Il progetto stesso è nato insieme ad Allegri. Gli chiesi di scommettere su questa mia impresa e lui accettò con entusiasmo. La dinamica del corpo, la vocalità, l’uso puntuale dello spazio scenico…tutto questo non si sarebbe potuto realizzare con altrettanta efficacia senza il contributo di Eugenio. Lui è dentro questo spettacolo esattamente come me. È un lavoro con due anime, dove io mi sento comunque libero di giocare, di esprimermi, e dove cerco di governare con padronanza tutti quei codici tecnici che Eugenio mi ha trasmesso con tanta passione, impegno e fiducia”

E oggi? Qual è la forza di Mistero Buffo? “Credo non sia solo contenutistica, legata a messaggi volti a scardinare l’ipocrisia del potere che, dall’anno del debutto ad oggi, possiamo dire sia rimasta pressoché immutata. Esiste anche una forza stilistica, strettamente connessa all’energia che il testo emana. È la sua immensa potenza immaginativa. Il pubblico è costretto ad immaginare, a lavorare di fantasia, perché sul palco sono da solo, senza scenografia. Le suggestioni, le figure, le situazioni, il “mistero” che sa evocare sono una grande opportunità per lo spettatore moderno. Offrono un momento che potremo definire “di liberazione”, di attivazione della parte più creativa, più visionaria, più positiva che ognuno di noi sa esercitare, ma che in quest’epoca alleniamo sempre di meno”

Ma cosa resta dell’antico giullare nell’attore comico moderno? “Resta l’eredità stilistica. È dimostrato che il giullare medievale si trasformasse proprio grazie alla vocalità e al gesto, realizzando nelle piazze le parodie dei poveri ma in modo particolare dei potenti, dei signori. Ecco perché di loro ci rimangono le condanne! Queste sono l’unica testimonianza scritta che conferma quanto il giullare fosse una figura scomoda nella società di allora e questo proprio a causa della sua arguzia. Oggi occorre reinterpretare tutto questo e leggere quella comicità in rapporto alla nostra epoca e al nostro sentire. Il potere attuale è molto più vago, ambiguo, più difficilmente identificabile. Chi governa davvero è il web e tutto quel mondo virtuale, non reale, che là si sviluppa”

Dici bene, ma in questo mondo che sembra abbia sempre più difficoltà nel comunicare, nell’ascoltare, e nel comprendere, che significato assume, a parer tuo, un linguaggio difficile, speciale, come il grammelot? Come si accosta il pubblico contemporaneo a questa parola e ai suoi contenuti? “Questa lingua raggiunge lo spettatore nel momento in cui è affiancata, sorretta, da una gestualità precisa e da una modulazione calibrata della voce, delle intonazioni. Soltanto così essa diventa comprensibile e può ravvivare quella che è la sua matrice dialettale. Anche oggi il pubblico la recepisce benissimo, in ogni regione, da nord a sud, e persino all’estero. È la vocalità e l’umanità di chi la enuncia a conferirne la forza. Possiamo dire che è il linguaggio scenico per eccellenza, scandito dal ritmo del respiro di chi partecipa allo scambio fra palco e platea. Non è, dunque, una lingua letteraria ma autenticamente teatrale, viva e umana nel suo significato più profondo”

Una piccola provocazione come ultima domanda: se ci guardiamo intorno oggi c’è davvero ben poco da ridere, eppure…come concluderesti la frase? “…eppure proprio per questo è necessario ridere, per poter vedere lo scheletro sotto la carne, esorcizzare la paura e combattere tutto quello che crea negatività, conflitto, solitudine, miseria. Cos’altro può illuminare “i tempi bui” se non la luce dell’ironia disvelatrice e spiazzante che solo un buffone sa regalare?” 

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