L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

GIACOMO GIUNTINI: "MANDRAGOLA, COMMEDIA IN DIALOGO CON IL PRESENTE"

È affidata al fiorentino, ma ormai parmigiano d'adozione, Giacomo Giuntini la regia di Mandragola, nuova produzione di Fondazione Teatro Due che debutterà, in prima nazionale, sabato 18 gennaio, alle 20.30 (repliche fino al 2 febbraio). Commedia dalla struttura classica e capolavoro indiscusso del teatro del ‘500, questa di Niccolò Machiavelli, a cui la firma registica di Giuntini- già curatore di diversi laboratori propedeutici al teatro, nonché assistente alla regia dei maggiori successi del Due in questi ultimi 10 anni ed egli stesso regista di importanti progetti internazionali (ricordiamo fra tutti Nadia del 2017)- regalerà una visione più fresca e contemporanea, ben sorretta da una profonda conoscenza della materia e una determinazione quasi sbalorditive se associate a un uomo, e studioso di teatro, di appena 33 anni. Assegnare l’incarico di questo lavoro a Giuntini ha dunque rappresentato un passo naturale per la Direzione Artistica, un rischio ragionevolmente ponderato, misurato e calcolato dalla Fondazione su quelle che sono le competenze reali, fondate e dimostrate, di uno dei suoi più preziosi collaboratori.

Cosa ha condotto alla scelta di lavorare sul testo de La Mandragola? “Deriva sostanzialmente da due ragioni. La prima si lega alla convinzione personale che alcune decisioni artistiche siano assolutamente necessarie, se considerate nell’ambito di una operazione culturale realizzata da un teatro-istituzione. Viviamo in un periodo storico in cui la forma d’arte teatrale si muove quasi con accanimento sul "contemporaneo", che è, sì, una risposta sana e legittima, in linea con il bisogno che abbiamo di comunicare e riflettere attraverso la lingua della modernità, ma non può essere la sola. Credo che insistere in un’unica direzione, rischiando di perdere la ricchezza di un patrimonio culturale inestimabile che tutti noi abbiamo nel nostro dna, soprattutto sul piano linguistico, sarebbe un gravissimo errore. Sicuramente dal punto di vista della prassi scenica e attorale, perché gli interpreti andrebbero via via disabituandosi nel comprendere e pronunciare una meravigliosa lingua antica, disperdendo così il carattere artigianale del teatro, e dunque la capacità di recitare versi più poetici, di avere una giusta dizione, di riuscire, con parole solo apparentemente lontane, a trasmettere nuovi significati. Un discorso che deve poi conseguentemente allargarsi al pubblico: è importante che tutti, anche oggi, possano conoscere autori straordinari come Machiavelli. Se non ci avviciniamo ai capolavori di intellettuali di tale caratura, rischiamo di allontanarci troppo dalle nostre radici culturali, tradendo in questo modo un’altra mission del teatro come istituzione culturale, e cioè quella affine al tema della memoria. Per quanto riguarda la seconda ragione che ha portato alla scelta di Mandragola, questa ha invece un carattere più puramente artistico-ideologico, ovvero l'idea di togliere alla commedia di Machiavelli la mera etichetta di farsa, così come la tradizione spesso ce l’ha consegnata, riflettendo, nel contempo, su quello che, per visione novecentesca, viene definito "riflusso nel privato". È vero che qui abbiamo una struttura classica, con un prologo e cinque atti, frutto quindi dell’imprinting ricevuto dalla commedia greca e latina, ma il genio di Machiavelli ha saputo mettere in luce temi e argomenti che hanno indiscutibilmente a che fare anche con l’Uomo del nostro tempo, soprattutto per quel che riguarda il rapporto fra il singolo cittadino e la sfera pubblico-politica”

La Firenze raccontata da Machiavelli era facilmente riconoscibile, sia storicamente che geograficamente. La forte contestualizzazione sarà caratteristica anche di questo lavoro? “La geografia scenica è obbligata dal prologo dove appunto vengono date tutte le indicazioni dei luoghi. Basandoci sulle informazioni fornite nella prima scena da Callimaco, sappiamo anche che la vicenda si svolge nel 1504, dieci anni dopo la calata in Italia di Carlo VIII, un evento storico di fondamentale importanza, che in qualche modo dà il via anche all’intreccio della storia. Sul piano della concezione dello spazio noi abbiamo, però, lavorato per dialogare con la contemporaneità. La conformazione della scena richiama una visione prospettica rinascimentale: un lungo punto di fuga quasi albertiano, brunelleschiano, una sorta di corridoio che spinge sulla profondità, e ai lati di questo degli elementi architettonici classici, come timpani e capitelli, che sono tuttavia degradati a terra e dunque non nella collocazione che gli sarebbe propria. Ci siamo infatti ispirati alle parole di Frate Timoteo che in una lunga tirata si lamenta dei frati a lui contemporanei e della loro noncuranza a tenere alta la gloria di Dio attraverso un adeguato apparato estetico e monumentale, dunque di facciata. Alle linee e alle forme dalla geometria euclidea abbiamo poi affiancato delle quinte specchianti estremamente moderne, in modo da sottolineare ancora di più il dialogo fra quell’epoca e l’oggi. Una soluzione che riflette, dunque, la precisa volontà di non compiere una operazione filologica stricto sensu, rischiando di cadere in una eccessiva museificazione dell'opera originale, ma cercando di tenere sempre bene a mente il bioritmo, la capacità di comprensione, l’attenzione di chi il teatro lo viene a vedere, ovvero il pubblico”

Una regia giovane, moderna, che mira ad insistere su quali aspetti salienti dell’opera? “Non credo che sia possibile dare una sola chiave di lettura. E' più opportuno ragionare considerando molteplici serrature, così da offrire al pubblico l’opportunità di accedere a più porte di pensiero. Con dei testi come Mandragola, che sono dei veri mondi e non solo per la complessità dei temi toccati, non può che essere così. Inoltre, questa è una commedia molto ambigua, dove oltre alla risata trova libero sfogo il pensiero critico di Machiavelli per quanto concerne la religione, la politica e la società tutta. Sicuramente determinante è anche il dato biografico dell'autore, quello offerto dal grave momento di crisi che egli vive in prima persona nel periodo della stesura dell’opera. Se accettiamo l’ipotesi interpretativa di Pasquale Stoppelli, il filologo che ha curato l’edizione critica del testo su cui abbiamo lavorato, la data di composizione di Mandragola risalirebbe al 1513-1515 e dunque al periodo in cui viene scritto Il Principe. Poco tempo prima Machiavelli viene incarcerato perché sospettato di fare parte di una congiura antimedicea e addirittura torturato. Una volta liberato, grazie all’amnistia, gli vengono interdetti gli incarichi pubblici e lui si ritira nei suoi possedimenti fuori Firenze dove comincia a scrivere Il Principe e, secondo Stoppelli, anche Mandragola. In effetti, nelle battute del testo ritroviamo lacerti di massime e sentenze svolte proprio nel Principe. Se seguiamo questa ipotesi, Mandragola è una sorta di controcanto in commedia di tutta la “Weltanschauung” di Machiavelli, un urlo corrosivo contro il riflusso nel privato. Come a voler dire: nel momento in cui non esiste una cornice politica di uomini eccellentissimi e lo spazio pubblico per antonomasia, ovvero la piazza, dove è ambientata la vicenda, si presenta non come un’agorà, luogo del dibattito sociale finalizzato al benessere collettivo, ma palcoscenico per misere questioni private, le relazioni non possono che stravolgersi. Qui vediamo descritta una società depauperata della sua forza pubblica e Machiavelli sembra ammonirci proprio di questo, in una visione davvero lungimirante: attenzione se la politica viene affidata a uomini qualunque e non più a un principe, inteso come uomo di estrema eccellenza, poiché sarà il caos a regnare”

Ai fini della messinscena, così come è stata pensata, quanto ha contato il contributo dell’Ensemble attorale chiamato in gioco (ovvero Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Davide Gagliardini, Nicola Nicchi, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Emanuele Vezzoli, Nanni Tormen, a cui si accompagneranno i cantanti lirici Jacopo Facchini, Francesca Cassinari, Matteo Magistrali, Roberto Rilievi, Marco Saccardin, ndr)? “Professionalmente io sono cresciuto a Teatro Due e, dunque, la mia visione della traduzione teatrale è “testo e attore-centrica”. La regia è importante, certo, ma in rapporto costante con la componente attorale. Se le idee registiche non diventano materiale che gli attori possano vivificare, appassionando il pubblico, restano vuote e sterili, un puro esercizio di stile. Senza uno scambio, con gli interpreti prima e con il pubblico poi, non può esserci un vero successo dell’arte teatrale. Gli attori coinvolti in questo spettacolo li conosco da tempo, alcuni di loro sono stati anche dei maestri per me, mi hanno insegnato molto in questi anni. Nello specifico della Mandragola, non li ringrazierò mai abbastanza per la brillantezza, l’intelligenza e la curiosità con cui hanno accettato un’autentica sfida. Non si tratta di un lavoro semplice perché governare delle parole desuete ed esserne veicolo di senso e significato, richiede tanto studio e tanta preparazione, vuol dire fare attenzione alle sfumature, ai dettagli linguistici, a come si porge la battuta e al contenuto che deve arrivare al pubblico”

Fulcro della storia è un inganno, una beffa d’amore perpetrata ai danni di un vecchio avido, che pur ingenerando una serie di successivi inganni, si conclude con la soddisfazione di tutti. Machiavelli fa riferimento agli uomini come sono e non a come dovrebbero essere secondo la morale, svelando però anche dei rischi, se s’intende il teatro come specchio della vita… “Tradizionalmente si ritiene che tutti i personaggi in campo traggano un qualche piacere da quella trama ordita ai danni di messer Nicia. Anche nel nostro lavoro sarà così, tranne che per la giovane moglie Lucrezia, oggetto del desiderio di Callimaco e figura centrale attorno a cui viene tessuta la trappola. Al grado zero di una prima lettura si può pensare che Lucrezia sia consenziente nel diventarne l’amante, ma nella nostra versione essa è una vittima del mondo maschile, di una visione patriarcale che la obbliga, con la correità della madre e di Frate Timoteo, a giacere con uno sconosciuto per dare al marito il figlio desiderato. Da un punto di vista della retorica, Frate Timoteo la convince con parole inattaccabili, quasi la resa della donna andasse a maggior gloria di Dio. In realtà, Lucrezia non è un’ingenua, ma la vittima sacrificale di un sistema fortemente corrotto. Nella commedia ci sono anche molti riferimenti omofili. È addirittura presente una lunga scena, nel V atto, in cui Nicia svela una sorta di ambigua ammirazione per quel garzonaccio buttato nel letto di Lucrezia e che altri non è che Callimaco. Tutta la commedia è giocata sull’ambiguità dei personaggi e delle situazioni, e così pure sui pericoli di una eccessiva dissimulazione. Non una commedia d’intrattenimento, non una farsa, ma un‘opera che, se vogliamo, mette in guardia attraverso il sorriso”

Questa produzione offre anche l’occasione di approfondire il pensiero intellettuale di Machiavelli attraverso un ciclo di appuntamenti che accompagnerà il periodo delle repliche… “Credo sia compito di ogni seria istituzione culturale quello di offrire maggiori opportunità al pubblico. Teatro Due è sempre stato molto attento in questo: non solo spettacoli ma anche approfondimenti che possano accendere ulteriori riflessioni. Nel caso di Mandragola si avranno tre speciali incontri pomeridiani, alle ore 18: il primo, del 17 gennaio, sarà proprio con Pasquale Stoppelli che ci racconterà le nuove acquisizioni del canone machiavelliano. I suoi studi lo hanno portato ad attribuire a Machiavelli un’altra commedia teatrale e soprattutto l’Epistola della peste che, in quell’occasione, verrà letta per la prima volta in pubblico da Walter Le Moli. Una scrittura quella di Machiavelli che si può definire pre-cinematografica, sempre pensata come immagini e dunque molto evocativa. Il secondo incontro, il 21 gennaio, sarà tenuto dal professor Maurizio Viroli, tra i massimi studiosi di Machiavelli, e sarà incentrato sul Principe ma con molti riferimenti alla Mandragola. Col professor Massimo Cacciari, il 30 gennaio, verrà invece avviata una interessante riflessione sul periodo storico di Machiavelli, partendo da una citazione di Artaud e Il teatro della crudeltà. Il Rinascimento appare come un momento storico meno morbido e luminoso, sicuramente più teso e pericoloso di quanto la storiografia non ci abbia trasmesso. Proprio il Saggio sull’Umanesimo di Cacciari è stato per noi un’ottima lente attraverso cui guardare quegli anni. Non è infatti un caso che nella nostra Mandragola la fattura dei costumi, così come la lettura dei caratteri, sia molto più di matrice fiamminga che non italiana, con dichiarati riferimenti pittorici allo stile di Bosch e Dürer. È un universo più cupo quello a cui vogliamo rimandare, il racconto di una divertente trama amorosa che riesce a far sorridere ma anche a sollevare domande imprescindibili sulla contraddittoria natura umana”

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