L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

FRANCESCO BIANCHI: "L'ARCIPELAGO DEI SUONI: TRA MUSICA E TEATRO"

“Un’avventura fra teatro e musica per scoprire il mondo dell’orchestra”. Si presenta così “L’arcipelago dei suoni”, il nuovo progetto di Fondazione Teatro Due e La Toscanini dedicato ai bambini tra i 7 e 10 anni, ma capace di abbracciare anche tutti coloro da sempre curiosi di conoscere la storia degli strumenti musicali e dei suoni tradotti in note. Un vero e proprio viaggio a puntate, composto da 8 concerti-spettacolo, ciascuno riservato a uno strumento diverso, e che dopo il primo appuntamento del 20 ottobre, accompagnerà il pubblico per altre sette domeniche (24 novembre, 15 dicembre, 26 gennaio, 23 febbraio, 8 marzo, 5 aprile, 17 maggio), sempre alle 11.30, presso il Centro di Produzione Musicale “Arturo Toscanini” e presso il Teatro Due. In scena, a realizzare il racconto teatral-musicale, i professori della prestigiosa Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini insieme agli attori dell’Ensemble Teatro Due.

Autore del testo è Francesco Bianchi, uno dei collaboratori più stretti e intellettualmente vivaci nel gruppo artistico di Teatro Due, già responsabile della comunicazione web, ma soprattutto, nonostante la giovane età, fine scrittore di drammaturgie e traduttore di testi teatrali (porta la sua firma la traduzione dell’ultimo “Misery” con Filippo Dini e Arianna Scommegna). A sottolineare, come prova ulteriore, la sua grande competenza in materia teatrale (e letteraria, essendo un autentico divoratore di libri), l’esperienza vissuta l’anno scorso come assistente alla regia di Declan Donnellan per lo spettacolo “La tragedia del vendicatore”, produzione di successo del Piccolo Teatro di Milano. 

Musica e teatro come s’intrecciano ne “L’arcipelago dei suoni”? “E’ un progetto che nasce con la volontà d’innestare il teatro in un percorso musicale, e accedere in modo semplice, divertente, attivo e coinvolgente, al meraviglioso mondo della musica. Un universo in cui sembra difficile entrare, ma che si rivela ricchissimo di possibilità ed occasioni per emozionarsi. Il teatro aiuta ad avvicinarvisi, essendo una forma espressiva più immediata, anche quando, come in questo caso, non vuole spiegare, ma solo incuriosire, attrarre verso quel linguaggio universale che è la musica. Paradossalmente la musica arriva, sì, a tutti, supera ogni diversità, anche quella linguistica, ma questa facilità iniziale ha un aspetto più misterioso che va esplorato. In questo progetto, teatro e musica si arricchiscono così a vicenda ed è qui la sua bellezza. La composizione musicale narra già di per sé una storia ma a quella storia di suono abbiamo intrecciato una storia verbale, che si svilupperà in più capitoli, con l’idea di affezionare e appassionare il pubblico, ogni volta creando un’aspettativa sulla puntata successiva, come se fosse una intrigante serie tv o un avvincente libro di avventure di cui si vuole leggere la pagina seguente”

Il primo appuntamento come è andato? Che riscontri avete ricevuto dal pubblico più giovane e quali osservazioni ne sono scaturite? “Abbiamo notato la curiosità nei bambini e lo stupore di chi, sentendosi vicino fisicamente ai professori d’orchestra durante l’esecuzione dei brani musicali, rimaneva incantato all’ascolto. Si abbandona la forma tradizionale del concerto per attivare, attraverso la mediazione teatrale, un dialogo di altro tipo, più semplice”

Come è stato scrivere una piccola epopea musicale indirizzata soprattutto ai bambini? A cosa ti sei ispirato? “E’ la prima volta che creo un testo per il pubblico infantile ed è stato entusiasmante. Scrivo di prosa da anni ma in questo caso ho accettato una bella sfida. La storia è nata dopo che mi è stato proposto di realizzare un progetto per bambini. Non è stato facile perché gli spettatori così giovani non danno niente per scontato: i bambini sono giudici molto severi. Per il racconto mi sono ispirato alla letteratura fantasy che ho sempre amato moltissimo, fin dalla tenera età, e ho inventato le vicende del protagonista Arturo, un ragazzo che deve salvare la propria città dal terribile mostro "mangiasuoni" Rugmor e che per farlo raduna una compagnia di eroi, composta appunto dagli strumenti musicali. Ho quindi dato forma in scrittura a delle figure che sono in realtà riconoscibili perché i bambini vogliono ritrovarsi, pur immaginando. Mi sono spinto verso quel mondo della fantasia che è sempre fertile, ma che spesso noi adulti abbiamo timore di riattraversare. Cercando ispirazione nelle favole, mi sono riconciliato con quella dimensione più creativa ed estrosa”

C’è una forte impronta didattica nel progetto che sottolinea anche l’importanza di allenare l’orecchio già dall’infanzia a una musica di qualità oltre che alla conoscenza stessa della storia musicale. E’ così? Si sentiva la necessità di offrire una proposta artistica come questa in una città dalla lunga tradizione sinfonica e concertistica? “C’è sicuramente il desiderio di essere utili nell’allenare all’ascolto della musica classica, quella che oggi sentiamo meno in radio, ma che è anche la più documentata. Una musica complessa, forse, ma molto più potente, ricca di possibilità, e più connessa alla pratica del suonare. Una parte molto interessante del progetto è, infatti, quella relativa alla conoscenza degli strumenti. Vorremmo incuriosire anche alle parti più divertenti e strane dello strumento, come la forma, il suono, la cultura di quell’oggetto, il suo ruolo nell’orchestra. Sia Fondazione Teatro Due che La Toscanini sono sempre state molto attente alla formazione del pubblico di domani e questa iniziativa lo dimostra ancora una volta, sottolineando l’importanza di un progetto che abbraccia un lungo periodo. Come autore del testo, la cosa che più mi ha intrigato è stato tornare ai miei ricordi musicali. Da piccolo ascoltavo i dischi dei miei genitori, trovavo la musica classica bellissima ma non la capivo. Poi, studiandola, ho compreso che la musica nasconde già in sé un racconto. Da lì ho cominciato a mettere insieme immagini e suoni e ho iniziato davvero ad apprezzarla. Il nostro augurio è che L’Arcipelago dei Suoni possa diventare in questi mesi un appuntamento fisso e possa magari trasmettere anche il desiderio d’imparare a suonare uno strumento”

E la tua formazione musicale a quale strumento o compositore si lega? “La mia formazione musicale è da ascoltatore appassionato: sono fortemente dipendente dalla musica. Mi accompagna tutto il giorno e non prediligo un genere specifico perché sono estremamente curioso, una curiosità che da sempre è insieme la mia benedizione e maledizione. Da ragazzo ho suonato anche alcuni strumenti: la tromba, la chitarra elettrica e da poco ho cominciato il pianoforte, ma con nessuna velleità da musicista. In realtà, quello che mi affascina di questo mondo, è la parte compositiva, la struttura di un brano. Per quello che riguarda le mie preferenze sono molto affezionato agli ottoni e al contrabbasso, mentre tra i compositori classici ne devo citare alcuni: sicuramente Beethoven e Mahler, i primi grandi sinfonisti che ho ascoltato e che davvero contengono universi; poi Stravinskij, modernissimo, infinitamente potente, rapsodico, quantistico, e infine Schubert, più intimo, che appartiene al mio percorso di studi su Beckett e rappresenta musicalmente il pensiero filosofico del drammaturgo irlandese. Nella rosa dei miei eletti devo nominare anche Mussorgskij, la cui suite “Quadri di un’esposizione” è uno straordinario esempio di sinestesia artistica: il pittore Kandinskij realizzò una mostra di quadri e il compositore creò la musica partendo da quella visione di dipinti; a sua volta, si racconta che Kandinskij, ascoltando l’opera di Mussorgskij, abbia trovato l’ispirazione per dipingere nuovi quadri. Credo che tutto questo sia incredibilmente affascinante. La musica per me non è mai stato solo puro godimento. Quello che trovo stimolante è la questione filosofica sottostante, la capacità che ha di trasmettere e sublimare miliardi di incontri, pensieri e riflessioni”

Il tuo nome è apparso recentemente anche in un altro lavoro di grande successo del Teatro Due. Mi riferisco a “Misery”, di cui hai curato personalmente la traduzione dal testo di William Goldman. Che esperienza è stata per te farsi interprete dello stile di un grandissimo? “In verità, i grandissimi in questo caso sono due: Stephen King, straordinario autore che ho sempre amato molto, e poi Goldman, scrittore prodigioso. E’ stato come “camminare sulle spalle dei giganti”, avrebbe detto Bernardo di Chartres, e di questa occasione non posso che ringraziare Teatro Due, luogo che io davvero considero casa e non solo spazio di lavoro. Per descrivere l’esperienza in sintesi, risponderò con le parole del mio maestro Luca Fontana, eccellente traduttore di Shakespeare: la traduzione è una creazione, dove chi traduce ha due Muse, una è la lingua da cui viene e una è la lingua dove deve andare. Questo presuppone l’ottima conoscenza di entrambe, ma anche il coraggio di fare scelte perigliose, dove le regole espressive che s’incontrano sono spesso diverse. L’atto del tradurre non è mai sterile, non è un lavoro neutro e spesso occorre rendere qualcosa di non scritto, di non detto. Il lavoro di Misery mi ha dato la possibilità di creare, ma è stato gioco facile perché la storia è talmente bella, un meccanismo così perfetto. Difficile è stato, invece, tradurre la varietà di registri linguistici nel dialogo fra questi due personaggi completamente diversi, un intellettuale di città e una campagnola di provincia. Malgrado queste difficoltà che spesso occorre affrontare, mi piacerebbe poter continuare anche su questa strada perché offre la possibilità di "chiacchierare con i giganti", non solo di camminare sulle loro spalle. È come instaurare un dialogo personale e profondo con l’opera e il suo autore. E poi c'è un altro aspetto molto interessante che è quello di tradurre per il Teatro: in questo caso chi traduce deve sempre pensare che le parole andranno dette e non lette, e che per ognuno che le dice ci sarà qualcuno che le ascolta. Ed è qui che il traduttore capisce come poter fare davvero un buon lavoro: ad un certo punto deve saper scomparire”

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