L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

SERENA BALIVO: "L'INFERNO E LA FANCIULLA: UN VIAGGIO ONIRICO VERSO L' ADULTITA'"

È un talento luminoso, solido e cristallino come un diamante, quello dell’attrice Serena Balivo, già vincitrice del Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro nel 2011 e del Premio UBU nella categoria "Nuovo attore o attrice (under 35)" nel 2017. Il suo percorso professionale si intreccia fin dalla giovanissima età a quello di Mariano Dammacco, autore, regista e pedagogo teatrale, con il quale nel 2009 crea un sodalizio artistico tra i più interessanti della scena contemporanea, fondando la Piccola Compagnia Dammacco. Proprio di questi giorni è lo speciale focus che l’Università di Bologna ha dedicato alla ricerca teatrale compiuta negli anni da questa bella realtà teatrale, poi tradottasi nella “Trilogia della fine del mondo”, i tre testi teatrali più indicativi e rivelatori dell’ideale artistico della compagnia, e ora pubblicati anche da L’Arboreto Edizioni: “L’inferno e la fanciulla”, “Esilio” e “La buona educazione”. Tutti lavori inscenati dove la Balivo è istrionica protagonista, nonché interprete di profonda, struggente poesia. Il primo, “L’inferno e la fanciulla”, scritto a quattro mani dalla stessa Balivo con Dammacco nel 2014, sarà presentato sabato 16 novembre alle 21.15 al Teatro Europa di via Oradour tra gli appuntamenti più attesi della stagione serale.

Qual è stata la genesi di questo spettacolo che rappresenta il primo capitolo della trilogia? “La fanciullina, in quanto figura teatrale, è nata ben prima dell’opera completa, nel 2011, quando partecipai al Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro, proponendo un monologo breve di 10 minuti in cui protagonista era appunto questa creaturina surreale, un po’ leziosa e un po’ inquieta. Successivamente ho chiesto l’intervento di Mariano affinché mi aiutasse nella composizione di una drammaturgia più affinata e precisa. Il risultato ha dato poi l’avvio alla stesura delle altre scritture drammaturgiche e rinsaldato la nostra collaborazione” 

Un po’ Übermarionette, un po’ metaforica Giovanna d’Arco. Ma chi è esattamente questa fanciulla che interpreti e quanto di Serena c’è in lei? “La fanciulla non è una donna e non è del tutto una bambina. Ho cercato di restituire in scena una condizione. Il mio personaggio è a tutti gli effetti una figura che vuole esprimere lo stato dell’infante, o per meglio dire, incarnare quella particolare condizione degli adulti di reagire come bambini di fronte alle proprie insicurezze e paure, rimanendo prigionieri di loro stessi. La fanciulla traduce, quindi, un’allegoria, che si estende nel momento in cui ad essa viene contrapposta una voce di donna adulta. Il linguaggio giocoso improvvisamente s’interrompe, svelando un disagio, creando una situazione di profondo smarrimento: il pubblico percorre con lei questa discesa agli inferi, che altro non è se non il viaggio a tappe che conduce all’accettazione della propria identità di adulti. Se c’è una parte di me in lei? In tutti i personaggi che interpreto porto qualcosa di me. Innanzitutto, il mio tentativo di comprendere a fondo le parole del testo, farle mie, introiettarle per poi infondergli vita, e comunicare uno sguardo sulle cose, una volontà del pensiero”

Come in Esilio, anche qui prevale una dimensione grottesca, onirica, attraversata da una particolare ironia. Quest’ultima pare essere l’unica arma efficace per addentrarsi nell’inferno raccontato, è così? “L'ironia straniante a cui ti riferisci fa parte di una delle scelte fondamentali della compagnia, ovvero l'utilizzo dell'umorismo che è appunto uno dei registri interpretativi a cui ci affidiamo da sempre. A teatro l'umorismo aiuta senz'altro a instaurare un dialogo più sincero e diretto con lo spettatore"

In tutti i tuoi lavori ti sei sempre dedicata a un’accurata ricerca sul linguaggio e la vocalità. In questo caso come hai lavorato sul personaggio? Parlavi di due voci… “Lo spettacolo è costruito come un monologo di due figure: una si manifesta nell’espressività fisica e vocale artefatta della fanciullina, con la sua vocetta stridula, il suo muoversi da bambolina, ma a farle da contraltare interviene anche una voce adulta, che si mostra invece per quello che è, si mette a nudo, senza trucchi”

Si dice che ci si abitua a tutto anche all’inferno. Per la fanciulla sarà così? “La fanciulla compie questo viaggio all’inferno con un approccio giocoso, ma al tempo stesso inquieto. Il suo calarsi agli inferi corrisponde al suo ingresso in società, ovvero al suo primo giorno di scuola, il momento in cui lei entra in relazione con l’esterno. La vedremo quindi incontrare altre bambine, scontrarsi con l’autorità, rapportarsi con ciò che non le piace. Ma non si abituerà facilmente, anzi, rivelerà una propensione alla ribellione”

L’inferno è più attorno a lei o dentro di lei, quindi? “È un inferno che si genera in lei ma nella sua relazione con l’esterno. È una condizione del proprio animo che le appare più evidente nell’istante in cui si mette a contatto con gli altri”

Calvino parlava della necessità di “saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno non è inferno e farlo durare”. Quanto è difficile riuscirci in un mondo sempre più ammalato di adultescenza? “Penso sia possibile nel momento in cui coscientemente ci si mette in ascolto delle persone. Alcuni incontri possono cambiare la vita in bene, ed è importante aprirsi all’altro, instaurare un dialogo, impegnarsi nelle relazioni umane e, soprattutto, farle perdurare, senza superficialità, togliendo ogni confronto dal territorio del mero consumo. A teatro la relazione che si crea con lo spettatore è un ponte per non vivere l’inferno citato da Calvino, è uno spazio di condivisione del pensiero dove si stabilisce realmente un rapporto fra esseri umani. Ecco, credo di avere scelto un mestiere lontano dall’inferno perché a teatro davvero si trova l’apice dell’incontro con l’Altro”

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