L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

NICOLA NICCHI: "L' UMANITA' DI PELLEGRINOTTI IN "MORTE DI GALEAZZO CIANO"

Capita spesso di applaudire un attore di cui si ammira la grande capacità espressiva, il talento sincero, la preparazione tecnica, ma di cui non si conosce, o si sa poco, del percorso umano che ha condotto a quella convincente resa scenica. A volte però, attraverso l’occasione di una intervista, si resta piacevolmente sorpresi nell’incontrare anche una integrità individuale e una maturità personale che vanno ben oltre la bravura espletata sul palcoscenico, e che sono efficaci antidoti al più pericoloso e rovinoso sentore di narcisismo.

L’incontro con l’attore Nicola Nicchi è stato così. Una bella sorpresa che ha confermato, nella verace simpatia e nella spontanea vivacità e prontezza intellettuale delle risposte (del resto, citando Amleto, “Readiness is all”), l’attenta coscienza e competenza professionale, costruite grazie alla formazione all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e con le molte collaborazioni intrecciate dopo il diploma, ma anche la passione, gli ideali, l’attitudine di chi non vuole limitarsi “solo a recitare”. Nicchi è un artista che ama reinventarsi e che raccoglie le grandi sfide. Il Teatro Due di Parma lo ha intuito, coinvolgendolo in tante delle più recenti produzioni di successo da “I Persiani” con Elisabetta Pozzi, a “La prigione” per la regia di Raffaele Esposito, da “Molto rumore per nulla” di Walter Le Moli, che aveva inaugurato la stagione estiva dello scorso anno, fino all’ultimo “Cabaret des Artistes”.

Giovedì 11 aprile, alle ore 20.30 (in replica sabato 13), l’attore tornerà in scena proprio al Due con un altro spettacolo molto amato: “Morte di Galeazzo Ciano” di Enzo Siciliano, con la regia di Gianfranco Pannone. Un dramma che porta alla luce, nelle dinamiche familiari fra Ciano e Mussolini, e raccontando degli ultimi giorni di prigionia trascorsi da Ciano nel Carcere degli Scalzi a Verona, alcune delle più radicate e irrisolte contraddizioni della storia nazionale, ma anche l’impotenza di fronte alla caducità dell’esistenza umana.

Come descriveresti il tuo personaggio, il carceriere Pellegrinotti, colui che aveva il compito di sorvegliare Ciano? “E’ sicuramente una figura di grande umanità, com’era nell’intenzione originale dell’autore del testo, Enzo Siciliano. E’ un giovane militare che si trova, suo malgrado, ad abbracciare l’ideologia fascista, e lo fa seguendo un istinto di sopravvivenza, perché ha paura del futuro, di ciò che potrebbe realmente accadere, e non perché creda o si riconosca in quella politica. Anzi, in qualche modo la combatte, diventando il confidente di Ciano. Il vero Pellegrinotti, tra l’altro, aveva un legame stretto con Parma: proprio qui divenne capo carceriere, e fu sorvegliante speciale anche di un altro nome illustre, quello di Giovannino Guareschi. Il mio è, comunque, un personaggio positivo, che mette Ciano di fronte alle proprie responsabilità. E’ l’emblema di una Italia povera e popolare, che non rinuncia a chiedere per comprendere e non vuole perdere la propria dignità”    

Tragedia del potere questa “Morte di Galeazzo Ciano” che oggi, con il nuovo avanzare della destra, reclama quale urgente riflessione? “La vicenda politica che fa da cornice alle relazioni fra i personaggi si muove, se vogliamo, sullo sfondo. Quello che il lavoro affronta è un tema attinente, ma che si carica di un valore universale: si racconta di come la brama di potere possa essere più forte addirittura dell’amore filiale. Non si esagera se si pensa questo spettacolo come a una moderna tragedia, con quella stessa forza che era propria del teatro greco antico, dove gli affetti vengono traditi per volontà di dominio e sopraffazione. Se poi trasferiamo tutto questo a quella che è la nostra attualità, non possiamo non essere attraversati da un pensiero: forse ci siamo illusi nel credere che quanto accaduto allora, al tempo di Mussolini, venisse ricordato, che il significato e l’insegnamento che potevamo trarre dalla memoria di certi crimini perdurasse nel tempo. Evidentemente, questo moderno rigurgito fascista segnala un’altra verità. Io spero, e come me credo tutti quelli che hanno lavorato a questo progetto, in primis il regista e gli altri attori, Francesco Siciliano, figlio dell’autore, e poi Paola De Crescenzo, Alice Giroldini, Emanuele Vezzoli e Roberto Abbati, di vedere una platea con tanti giovani. E’ un lavoro che può aiutarli a riflettere sulla dilagante intolleranza e sulla necessità che abbiamo di opporci ad essa, con tutte le nostre forze”

Resta, tuttavia, come dicevi, in primo piano il dramma personale e familiare che apre un ventaglio diverso di considerazioni, e in cui si inserisce la figura femminile di Edda. “Sì, è lì che si snoda la vera potenza del testo, che è dramma del dolore, di sofferenza lacerante e straziante che travolge in particolare Edda. Questa figura femminile sfiora i tratti dell’eroina tragica, poiché essa non teme di sfidare apertamente l’amatissimo padre pur di salvare il marito. Rischia la vita per difendere i diari del consorte e fino all’ultimo non si arrende. Ma la disperazione di Edda vive un crescendo, che non potrà che culminare in una sconfitta del sentimento di fronte alle logiche di potere”

Ruolo drammatico questo per te, ma osservando il tuo curriculum si trovano tante commedie, del genere Neil Simon, ad esempio. C’è un registro interpretativo a cui senti di appartenere di più? “La commedia d’autore l’ho sempre considerata casa, perché nasco dentro questa esperienza di teatro. Prima d’iniziare la professione di attore, mi sono cimentato anch’io, come tanti altri, con compagnie teatrali amatoriali dove si affrontava spesso questo genere di commedia. E devo ammettere che mi sono sempre divertito tanto ad interpretare ruoli più brillanti e ironici. Poi in Accademia e anche dopo, con le prime collaborazioni, ho avuto la fortuna d’incontrare maestri che mi hanno valorizzato puntando su questo registro “comedy”, che non è superficiale o di semplice intrattenimento, ma raffinato e intelligente, oltre che occasione gradita per un attore di esprimere un po’ di sana verve autoironica”

In “Cabaret des Artistes” ti abbiamo anche applaudito in veste di cantante, dove hai svelato una voce straordinaria. Semplice passione o frutto di studio e dedizione? “In realtà, sono sempre stato un grande appassionato di musica e canto, ma ho cominciato ad approfondire la tecnica solo durante il periodo dell’Accademia. Decisivo è stato l’incontro con l’insegnante Claudia Aschelter, ex cantante lirica, che vide in me un potenziale canoro ancora inespresso. I suoi consigli sono stati illuminanti. Da allora, ho continuato a coltivare la passione per il canto, che nel mio mestiere è un punto a favore, una abilità acquisita che può servire. Ma al di là di questo, cantare ha per me un effetto liberatorio, mi risveglia sensazioni nuove, mi permette di percepire vibrazioni diverse da quelle provate mentre recito”    

E di Apecchio cosa puoi raccontarci, teatralmente parlando? “Apecchio è il mio paese di origine, il luogo dove sono nato, cresciuto e che tuttora rappresenta l’unità di misura da cui parto per ragionare quando incontro nuove realtà e mi sposto per lavoro. Ed è anche per me un grande motivo di orgoglio. E’ qui, infatti, in questa località sugli Appennini, fra Pesaro e Urbino, con poco più di 1000 abitanti, che ho realizzato un piccolo grande sogno, mosso, più che da una vera e propria velleità artistica o culturale, da un intento che mi piace definire “politico e comunitario”. Sì perché, in questo luogo che io amo profondamente e a cui ancora sento di appartenere, ho voluto ridare nuova vita, con il sostegno di tanti amici che hanno creduto nella mia idea, a una sede teatrale preesistente, portando spettacoli di grande qualità. La comunità di Apecchio è sempre stata educata all’esperienza teatrale, poiché nel paese, come dicevo, era già presente un edificio teatrale, il Teatro Comunale Perugini, sede fin dal 1876 di una filodrammatica amatoriale. E’ il teatro più piccolo delle Marche! Ma era venuto a mancare l’entusiasmo del pubblico. Ho voluto a tutti i costi riportare energia e partecipazione a quel luogo d’arte, attingendo ai miei contatti, alle amicizie artistiche che mi ero creato nell’ambiente. Ho lottato e faticato tantissimo e alla fine, dopo tre anni di battaglia, siamo riusciti ad ottenere anche un contributo dalla regione Marche; tutto questo per poter regalare alla mia comunità quell’offerta di teatro di cui non avevano mai potuto godere. Oggi possiamo vantare in cartellone spettacoli importanti e di successo, come “Lungs”, una bella produzione di Teatro Due, e addirittura titoli in esclusiva, come “L’arbitro di Dio” del Teatro Nazionale di Genova, in scena domenica 7 aprile. Senza dimenticare, infine, la rassegna estiva, con un programma artistico molto vario. Insomma, una soddisfazione enorme, anche perché la gente ha risposto benissimo, si sono lasciati coinvolgere e contagiare dal’eperienza teatrale. Una vera gioia condivisa, quello che per me conta di più. Oggigiorno non è più sufficiente fare solo l’attore sul palco. L’uomo di teatro, per come lo intendo io, deve impegnarsi attivamente per la propria comunità”

Sono assolutamente d’accordo. Ma, riallacciandomi anche al fatto che il regista della piéce, Gianfranco Pannone, è molto apprezzato in ambito cinematografico, ti misureresti volentieri, in questo momento del tuo percorso professionale, nel campo del cinema o della tv? “Se rispondessi che il cinema non mi interessa, direi una grande menzogna. La verità è che il cinema mi piace e sarei felice di interpretarlo, anche perché credo che per un attore sia importante sperimentare linguaggi espressivi e modalità di comunicazione differenti. Ma appunto di esperienze parliamo. Perchè è soprattutto vera un’altra cosa: la mia più grande passione rimane il Teatro e sarà sempre così. E’ qui che sono nato ed è qui che ho sofferto, imparando molto dalla fatica, dalle delusioni, dalle difficoltà. Ho un rispetto così forte per il Teatro che pochi anni fa, quando ad un certo momento ho sentito di non essere più capace di viverlo e rappresentarlo al meglio, con quella convinzione e quell’onestà che mi avevano sempre guidato, me ne sono andato, mollando tutto. Sono tornato alle origini, ad Apecchio, e per ben due anni ho lavorato la terra e prodotto birra, lontano dal palcoscenico e da tutti. E’ stato proprio il Teatro Due, e in particolare il regista Fulvio Pepe, che nel 2016 mi ha ricontattato affinchè partecipassi a una produzione dedicata ai sonetti di Shakespeare. Ho pensato che fosse la mia grande occasione e che potevo essere pronto a tornare: Shakespeare al Due, con la regia di Pepe. Non potevo chiedere di più per rimettermi alla prova e decidere dunque del mio futuro. Fortunatamente è andata molto bene e sono rimasto. Ora, questo mondo del teatro me lo vivo appieno, intensamente, più consapevolmente, e per ora mi basta. Anche l’attore cinematografico è un mestiere che va imparato con una cura speciale, non lo si può fare con approssimazione. Forse è per questo che ora il Teatro mi è sufficiente. Quando e se arriverà la giusta proposta dal cinema, lo capirò”

Prossimi progetti teatrali, magari proprio al Due? “La collaborazione con questa realtà teatrale straordinaria, umanamente e artisticamente, va avanti regolarmente da oltre due anni ormai e qui mi sento benvoluto, apprezzato, rispettato. Non posso che essere grato di tutta questa fiducia, e della stima, dimostrata soprattutto in un momento complicato della mia professione. Per quello che concerne i progetti nell’imminente futuro, non so ancora molto, ma spero davvero di poterne fare parte. Intanto, posso anticipare che sarò tra i protagonisti di un altro bel debutto che si terrà a maggio: una commedia dell’autore francese Camoletti che verrà rappresentata al Politeama Genovese. Insomma, da Apecchio a Genova, passando per Parma, e poi ritorno. Perché si ritorna sempre, no?”  

Per info e prenotazioni: 0521 230242

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