La recensione

OVERLOAD, O DELL'ERA DELLA SATURAZIONE DA INFORMAZIONI

CONCEPT, REGIA, PRODUZIONE: Sotterraneo Teatro

CON: Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini

SCRITTURA: Daniele Villa

 

Quante possibilità esistono di vita reale nell’epoca della saturazione da informazioni? Quanta attenzione, in termini di tempo ma soprattutto di qualità, siamo oggi disposti a dedicare al racconto di una storia, preso atto che, da un recente studio, la soglia di attenzione umana si è frammentata e abbassata addirittura sotto il limite dei 9 secondi di un pesce rosso? Come in un videogame surreale e follemente disorientante, lo spettacolo “Overload” di Sotterraneo Teatro, già vincitore del Premio Ubu 2018 e presentato al Teatro al Parco per la rassegna serale, muove all’attraversamento di tali complessi quesiti, intesi sia su un piano sociologico che antropologico, ed apre inevitabilmente ad altri, più poetici e filosofici, anche solo per libera associazione di idee e spontanee deviazioni concettuali.

Per rappresentare teatralmente uno dei maggiori pericoli dell’era digitale e invitare il pubblico ad una sorta di autoanalisi sull’immanenza dei rischi connessi a un “sovraccarico” cerebrale di notizie, entra in gioco da subito, come figura iconografica parodiata, lo scrittore David Foster Wallace che prova a raccontare di sé e delle ragioni che lo spinsero al suicidio. Ma è davvero la storia del celebre scrittore quello che andremo ad ascoltare o non è piuttosto questo il pretesto letterario chiamato a legittimare altre riflessioni? Come in un esperimento scientifico, condotto in modo spietatamente ludico, un secondo attore interviene e chiede, tramite appositi cartelli indicatori, la partecipazione attiva del pubblico (e dunque l’avvio di un secondo, più vivace, livello di attenzione), invocandone la piena (o solo presunta) libertà d’innescare nuovi collegamenti a “contenuti nascosti”. Basta che si alzi un solo spettatore e il racconto di Wallace entra in modalità “mute”, mimesi di una comunicazione privata dell’audio, sovrastato da altri frame, sonori e visivi, e da una serie apparentemente scombinata (in verità sempre semanticamente attinente all’ultimo principio espresso) di microstorie deliranti e personaggi disparati: la premiazione di una miss, la partita fra due tenniste, un allegro Babbo Natale dispensatore di doni, il placcaggio di un giocatore di rugby, la danza di ballerini hip hop, l’avanzare grottesco e straniante di due polli giganteschi. E persino un nuotatore che travolge fisicamente la platea percorrendola, da una seduta all’altra, come la lunga vasca di una piscina.

Elemento dell’acqua, quest’ultimo, che si ripete e domina, forse unico fil rouge immediatamente riconoscibile, sia l’eccentrica e composita scrittura drammaturgica, che la coreografia scenica. Sì, perché l’acqua è sempre presente sul palco, nel piccolo acquario con due pesciolini rossi (finti, ma in costante movimento) quasi al centro della scena, e ritorna nei ragionamenti di Foster Wallace profusi a ruota libera, a voler stabilire con l’uditore una comunicazione reale, concreta traduzione verbale “dell’opera di svuotamento che è la scrittura”. Quanto accade nella mente è, però, troppo veloce: impossibile enunciare i pensieri facendoli scorrere e fuoriuscire come l’acqua. L’imprevisto della realtà esterna è sempre in agguato, pronto a disturbare l’attenzione di chi parla e di chi ascolta, accendendo ogni volta nuove trame, soluzioni differenti, finali aperti, enigmi, quasi si fosse protagonisti in un film di David Lynch (indirettamente citato nella canzone “Blue velvet” titolo anche di una sua nota pellicola).

E’ nella figura ibrida e fortemente allegorica dell’uomo-pesce che i due principali percorsi di lettura si annodano, rispecchiandosi nei significati: l’acqua è indispensabile proprio come l’attenzione, che è tutto per chi ha davvero una storia da raccontare; l’acqua è un bene prezioso, ormai in esaurimento, ma nell’”epoca del rumore totale, la risorsa più rara resta l’attenzione”; e se l’uomo pesce è il risultato di una ricerca genetica, di una sperimentazione volta ad indagare l’insolita relazione fra l’abbassamento generale della soglia di attenzione e l’innalzamento del livello del mare, ecco che, con la sua maschera ittica in testa, diventa il simbolo di uno spaesamento tutto contemporaneo, di quella inadeguatezza profonda (il sentirsi pesce fuor d’acqua) causata dal vivere in uno stato di eccitazione perenne; noi, sempre più soffocati dalla miriade di dettagli, iperstimolati dal magma di informazioni preesistenti, e sempre meno compresi nella nostra natura intima, quella natura primigenia che ci lega tutti all’acqua come fonte di vita. L’acqua diventa allora nemica, passaggio per la morte, e tolti i panni dei vari personaggi, gli attori vanno a interpretare se stessi raccontando- in una seconda parte del lavoro che segna, attraverso la metateatralità, una decisiva, sostanziale, crescita emozionale e interpretativa- del loro ipotetico viaggio di ritorno in auto e della tragica conclusione nell’acqua di un lago.

Uno spettacolo dal ritmo trascinante, salutato da calorosi applausi, e che, nella costruzione della struttura complessiva, ha rivelato un’acuta intelligenza, ben siglata dagli interpreti. Tuttavia, la ricercata captatio benevolentiae dello spettatore (ben oltre il mero coinvolgimento ai fini del concept originale) e la prevedibilità di taluni passaggi, hanno rischiato di relegare qualche sequenza a un’ammiccante superficiale leggerezza, fin troppo giocosa. Resta, però, forte e sicuro l’impatto della verità ispiratrice dello spettacolo e della lucidità creativa del gruppo, abile nel traslare in scena, attraverso la tecnica attorale e l’uso dei moderni linguaggi teatrali, il tema della scelta, del pensiero attento e consapevole che ne sta alla base e dell’importanza vitale delle parole che, come l’acqua, possono dissetare le nostre esistenze; solo le parole, catturandoci, sanno rallentare, allontanare dalla frenesia di questi anni convulsi e aumentare la nostra capacità di ascolto, di attenzione e di autentica connessione. Quest’ultima, senza un “iper” a precederla.                               

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