L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

LORENZO GRILLI: "VI RACCONTO DI RICCETTO E RAGAZZI DI VITA"

Uno degli spettacoli più premiati e applauditi degli ultimi anni arriva al Teatro Asioli di Correggio: “Ragazzi di vita”, tratto dall’omonimo romanzo di Pierpaolo Pasolini, sarà in scena lunedì 25 e martedì 26 febbraio alle 21 ed entrambe le serate sono già sold-out. La trasposizione teatrale, sulla fedele drammaturgia di Emanuele Trevi e per la sapiente regia di Massimo Popolizio, ha conseguito nella stagione del suo debutto un palmares invidiabile: Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2017 come miglior spettacolo, e per la migliore regia Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2017, Premio della Critica Teatrale Italiana 2017 e Premio Ubu 2017. Sul palco, oltre al volto noto di Lino Guanciale qui nelle vesti di narratore “primo lettore” della storia, un gruppo di 18 affiatati e bravissimi interpreti, chiamati a ridare forza, vigore, carne e sudore, ai giovanissimi sottoproletari romani raccontati da Pasolini. Difficile stilare tra loro una classifica ordinata sulla preparazione e l’impegno profusi, poiché tutti, in ugual misura, nel proprio ruolo, hanno saputo convincere pubblico e critica. Tra questi, però, Lorenzo Grilli, classe 1989, romano verace, con già tante esperienze teatrali all’attivo, è quello che, più di altri attori coinvolti, può vantare anche un volto da interprete “pasoliniano” in senso iconico: mento volitivo, lineamenti decisi e sguardo sfrontato, quasi insolente. Forse è anche per questo che Popolizio lo ha scelto affidandogli la parte di Riccetto, personaggio feticcio nella compagine dei “ragazzi di vita” descritti nel libro.  

Come ti sei preparato per questo ruolo e, in generale, per un lavoro di tale levatura artistica? “E’ stata una vera gioia per me essere scelto da Massimo per interpretare proprio questo personaggio. Il lavoro ha richiesto tanto impegno da parte di tutti, ma in un certo senso per me che sono nato a Roma è stato più facile ritrovare quelle sonorità dialettali, quei modi di fare e di essere che ricordavo anche dai racconti dei genitori e dei nonni e con cui ho continuato ad avere familiarità. Era nel mio DNA ed è stato come rispolverare vecchie cadenze, come ripescare dalla memoria qualcosa che già era parte della mia tradizione. Ho dovuto, però, lavorare anch’io sul linguaggio perché la romanità di allora non è quella di oggi. Su indicazione del regista ho insistito, così, per arrivare a una maggiore pulizia nella parola, e poi nella battuta e nel movimento. Popolizio ci ha davvero spinto tutti al massimo delle nostre capacità, dimodoché lo spettacolo risultasse come una macchina perfetta, un orologio dagli ingranaggi precisi, come un mosaico con ogni tassello nello spazio giusto. Qui tutti abbiamo lavorato in questa direzione di pulizia e nitore nei passaggi, perché solo così poteva funzionare, con ogni singola parte del meccanismo nel posto esatto. A una frequenza diversa non sarebbe arrivata mai la stessa energia”

Il romanzo, e così pure la sua trasposizione scenica, procede per frammenti che vanno a comporre un vero e proprio affresco umano. Imprescindibile è dunque la dimensione corale e in scena siete infatti in tanti. Come è stato lavorare in un gruppo di 19 persone e come siete riusciti a stabilire la giusta sinergia tra di voi? “E’ stato, ed è, favoloso! Non è stato difficile stabilire una grande sintonia perché il nostro obiettivo era comune, ovvero la riuscita dello spettacolo. Quando ci si prefigge la stessa importante meta e si è attentamente seguiti da una mano registica, ecco che tutte le individualità vengono ben gestite e l’impegno di una compagnia si finalizza per uno scopo soltanto. Adesso che Popolizio non può seguirci nella tournée è lo stesso Lino ad avere assunto un po’ la carica di capocomico: riesce a controllare il gruppo anche quando è in scena!”

Questo è il terzo anno di ripresa per “Ragazzi di vita”. Puoi raccontare qualche aneddoto del “dietro le quinte”? “Anche noi, come ogni compagnia che si rispetti, abbiamo i nostri riti scaramantici. Quello che mi diverte qui non è la reiterazione beneaugurale ma la varietà nella sequenza: al “quarto d’ora”, prima di entrare in scena, ci troviamo tutti davanti ai camerini e ci contiamo. Guai se manca qualcuno all’appuntamento! Poi gridiamo la consueta “merda!”, ci schiaffeggiamo il sedere a vicenda…ma non è ancora finita! Perché c’è anche uno del gruppo che deve essere schiaffeggiato da tutti, e non dico chi è altrimenti poi non funziona più. Dimenticavo! Come ultimo step, pochi minuti prima di entrare in scena, ci stringiamo in un abbraccio. Questo ci carica tutti come molle e così riusciamo a dare il meglio di noi, a sentirci davvero uniti sul palco, insieme per il bene dello spettacolo. L’obiettivo finale ci salva e ci preserva dagli egocentrismi e da stupidi litigi o invidie”

La scrupolosa regia di Popolizio e la ricca esperienza attorale di Lino Guanciale, il veterano del gruppo, hanno di certo conferito al lavoro un valore aggiunto. Quale insegnamento o consiglio hai raccolto da entrambi? “Con Massimo è capitato un episodio, un giorno che ero particolarmente preoccupato. Non ero abituato a tanta precisione, e pur impegnandomi sul monologo che dovevo recitare, non riuscivo a dare quello che mi chiedeva. Ero molto teso. Allora, lui si è avvicinato e mi ha detto “Devi stare tranquillo perché ti ho scelto e qui sei in serie A. Se ti rompo le scatole ci devi stare. Ti ho convocato io nella squadra ”. Ho capito che potevo farcela. Poi, mi ha insegnato la cura del dettaglio e che niente è affidato al caso, che ogni gesto deve essere curato perché tutto è visibile al pubblico. Da Lino, invece, apprendo ogni giorno il senso di responsabilità, il saper tenere sulle spalle il peso degli impegni e condurli a termine. A lui invidio la grande capacità di saper ascoltare e prestare attenzione a tutti, nonostante la notorietà lo porti a vivere anche situazioni al limite. Ha tatto e intelligenza nel dire le cose. Ricordo quando agli inizi ci ripeteva che certe note interpretative sono una libera scelta dell’artista, cioè l’attore ha libertà ma deve sempre rispettare l’economia dello spettacolo nella sua totalità”

A quale episodio tra quelli raccontati nel libro e tradotti in scena sei più legato e perché? “Beh, sicuramente l’episodio della morte di Genesio, perché è il passaggio esatto in cui il mio personaggio avverte e dimostra un cambiamento. E’ come se perdesse la sua innocenza primitiva, dimentico di quella generosità che lo aveva caratterizzato nell’episodio iniziale del salvataggio della rondine. La morte dell’amico è come se lo contaminasse delle brutture del mondo, della miseria vissuta, e lo condannasse all’infelicità. Questa metamorfosi del Riccetto, questa sua perdita di umanità, mi inquieta molto anche sul piano personale: io non avrei mai lasciato morire un amico. Da quel momento è come se anch’io mi allontanassi un po’ dal personaggio, come se non lo sentissi più vicino a me”  

Quando venne pubblicato, il romanzo suscitò grande scandalo. Cosa, a parer tuo, oggigiorno potrebbe essere considerato scandaloso fino a diventare oggetto di una nuova censura? “E’ una domanda complessa. Forse oggi è ancora la povertà a destare scandalo in certe persone poco inclini ad accogliere gli altri. Una volta la povertà era la maggioranza, e quindi rendeva tutti in qualche modo uguali. Si viveva più o meno tutti nello stesso “puzzo”, insomma. Adesso si è creata una forbice sociale troppo ampia, e quello che spaventa, quello per cui proviamo istintivamente una sorta di respingimento, per molti può diventare, erroneamente, elemento di scandalo e quindi di censura. Personalmente credo che la cosa più scandalosa della nostra epoca sia invece la superficialità: diamo troppo poco peso alle parole che scriviamo o diciamo”

Per te che sei nato, cresciuto e vivi a Roma, quali particolari similitudini riscontri tra la città di oggi e quella dei primi anni ‘50 raccontata da Pasolini? “Sono due città diverse, ma non completamente perchè lo scenario raccontato da Pasolini è quello che permane ancora. E’ come se Roma avesse creato i suoi modelli popolari, le sue maschere, che tutti riconosciamo nel dialetto, nelle espressioni della gente anziana nata e cresciuta qui, nelle atmosfere abitate ancora da personaggi che possono farci ricordare gli anni del primo dopoguerra, quando le voci si mescolavano nelle strade, e ci si conosceva tutti nel quartiere e anche fuori. Ecco, forse sono proprio le relazioni tra le persone ad essere profondamente diverse oggi. Quelle raccontate in “Ragazzi di vita” erano contraddittorie, discutibili magari, ma sincere. Una autenticità che, seppur dolorosa, oggi si fatica a ritrovare”

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