L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

ALESSIO BONI: "VIVA DON CHISCIOTTE E LA SUA LUCIDA FOLLIA"

Di eroi come Don Chisciotte, intrepidi nella lotta per i propri ideali, tenaci nel perseguire la verità e la giustizia, folli e visionari, ma puri di cuore, oggigiorno ne sentiamo più che mai il bisogno. E il Teatro, da sempre sincero recettore di istanze sociali e sentimenti collettivi, ha evocato anche sul palcoscenico la forza e la bellezza di questo personaggio epico, il cui carattere universale e iconografico ha saputo mantenersi intatto da Cervantes a oggi. L’artefice meritorio (unitamente a un team di collaboratori affiatati) di questa impresa ambiziosa ma intuitiva, oltremodo propulsiva nell’incentivare buone consuetudini quali le trasposizioni teatrali di capolavori letterari, è Alessio Boni, attore tra i più amati e seguiti del panorama nazionale, uno dei pochi che ha saputo raggiungere con intelligenza, lungimiranza e accortezza nelle scelte, un’ampia platea trasversale, dal pubblico televisivo (proprio in queste settimane su Rai Uno va in onda, con grande successo, la fiction “La Compagnia del Cigno”, dove interpreta un burbero e umbratile maestro di musica), a quello cinematografico (tra i film più recenti il pluripremiato “La ragazza nella nebbia”), e non da ultimo quello teatrale. Della moderna restituzione scenica del Don Chisciotte di Cervantes, che ha debuttato martedì 22 gennaio a Tortona e dopo la tappa a Verbania approderà venerdì 25 e sabato 26 gennaio alle 21 al Teatro Asioli di Correggio, Boni è interprete ( con lui sul palco Serra Yilmaz, Marcello Prayer, Francesco Meoni, Pietro Faiella, Liliana Massari ed Elena Nico) e regista, oltre che curatore della drammaturgia, assieme al suo gruppo di lavoro “Il Quadrivio”, vale a dire Roberto Aldorasi, Marcello Prayer e Francesco Niccolini.

Le sue prime impressioni post debutto… “E’ vero che chiunque dopo un debutto difenderebbe a spada tratta il proprio lavoro, quasi come se fosse un figlio, però posso davvero dire in tutta sincerità che abbiamo riscontrato nel pubblico un grande entusiasmo. Solo nelle prime due repliche, a Tortona e a Verbania, abbiamo capito, ed è ciò che ci ha reso più felici e soddisfatti, che quegli aspetti fantastici, quel mondo onirico, quella poesia respirata nelle parole di Cervantes si era riverberata anche a teatro. Era quello che auspicavamo, quello che esigeva l’opera monumentale di Cervantes e il nostro rispetto per essa. Ebbene, il pubblico ha colto l’essenza di questo impegno: la gente ha riso e si è commossa, ha percepito la poesia insita nella dimensione tragicomica di Don Chisciotte, che è poi la chiave per risvegliare davvero una riflessione più profonda. La magia e la forza di Cervantes sta in questo. Non è un caso che sia il terzo libro più letto al mondo, dopo la Bibbia e il Corano. In questo romanzo ritroviamo il caleidoscopio dell’umanità, non è un’opera settaria, elitaria, ma si apre al mondo e racconta di tutto il genere umano, del contadino come del nobile”

Cosa l’ha portata e quindi convinta a trasporre sulla scena un capolavoro assoluto della letteratura? “Un anno e mezzo fa mi sono incontrato con il mio produttore, Marco Balsamo, della compagnia "Nuovo Teatro". L’intenzione era di mettere in scena un grande romanzo, una pietra miliare della letteratura mondiale. Insieme ai miei compagni di lavoro, proposi a Balsamo una rosa di tre titoli: “Moby Dick” di Melville, “Il giocatore” di Dostoevskij e ovviamente il Don Chisciotte. La scelta fu immediata. Devo dire che fummo tutti d’accordo”

Non deve essere stato facile ridurre ai tempi e al ritmo di una scrittura drammaturgica un romanzo così lungo e complesso. Come è stato l’approccio all’opera originale? “ In un certo senso, anche il nostro lavoro di adattamento, in particolare da parte di Francesco Niccolini, è stata un’ardua impresa, “donchisciottesca”, epica se vogliamo. Avevamo di fronte un libro di oltre mille pagine e avevamo la necessità di condensare la vicenda, senza snaturarla, in due ore al massimo. Abbiamo dunque operato una selezione di quelle che, a nostro avviso, potevano essere interpretate come le 15 avventure più rappresentative, quelle che meglio potevano concentrare il senso dell’opera”

Sul piano della rappresentazione in scena invece come si struttura il lavoro? “Non voglio ancora rivelare troppo di quelle che sono le soluzioni registiche o scenografiche, ma posso dire che abbiamo attinto a diverse forme di teatro: dal teatro nero, a quello più immaginifico, dal teatro di figura, ai concertati. Sono presenti vari codici teatrali perché tante sono le linee di lettura offerte dal libro, ed è, inoltre, il solo modo per riuscire ad entrare davvero in un mondo quasi metafisico, appartenente al sogno più che alla realtà terrena. E poi c’è la musica originale, così come straordinari effetti di luce. Tutto il lavoro è costruito per rispondere a una triade di intenti da donare al pubblico: creare un’opera teatrale che sia spettacolare, ironica e poetica. E’ a questi tre principi che ci siamo ispirati e a cui abbiamo cercato di tenere fede”

C’è qualcosa che l’accomuna al personaggio di Don Chisciotte? “C’è qualcosa di lui che mi piace trovare attorno a me e in me. In questo senso: mi colpiscono e stimo profondamente tutti i Don Chisciotte dei nostri tempi, quelli incompresi, osteggiati, perseguitati malgrado siano portatori di idee giuste e condivisibili. Apprezzo le persone che attraverso la propria tenacia, l’ingegno, le capacità, riescono a raggiungere i propri obiettivi, ma apprezzo di più chi deve lottare contro il mondo esterno per dimostrare il proprio valore. Alcuni esempi? Alda Merini, Piero Ciampi, Ilaria Cucchi, il sindaco di Riace Domenico Lucano: coloro che sanno combattere contri i mulini a vento di una società talvolta ostile, loro che con caparbietà e coraggio sanno andare avanti. Il loro onore va al di là delle leggi, delle regole predefinite, delle mezze verità. Sono anime che sanno scalfire la corteccia, che aprono spiragli laddove c’è, invece, chi cerca d’insabbiare e mistificare”

Temi portanti quali la lotta per gli ideali, il contrasto fra ragione e immaginazione, la sete di giustizia e uno humor persuasivo e avvincente. E’ qui che risiede la modernità del romanzo picaresco per eccellenza o c’è molto altro da riscoprire, particolari elementi compositivi che intendete riprendere e rivitalizzare a teatro? “Cervantes è questo e tanto altro ancora. E’ un autore che ha scritto un’opera così importante in un periodo storico terribile, ma che ha saputo trarre linfa vitale nella sua arte, in una dimensione onirica, quasi metafisica, ed è ciò che lo rende più vicino a noi, alla nostra contemporaneità. Forse più di altri autori considerati “classici” è il romanziere moderno tout court. In quest’opera in particolare lui parla di tutti noi, parla e racconta del genere umano, della società, della vita, dell’amore, delle relazioni. Credo che anche per questo possa funzionare sulla scena e per un pubblico di oggi”

Perché la scelta di far interpretare Sancho Panza a una donna, la brava Serra Yilmaz, attrice simbolo del regista Ferzan Ozpetek? “Serra la conoscevo già e mi sembrava un Sancho Panza perfetto, perché volevo che lei rappresentasse con me quell’icona dei due eroi/antieroi così riconoscibile e famosa in tutto il mondo. Era importante riproporre quella fisicità contrapposta- una figura alta e una più bassa, un po’ più rotondetta, diciamo così- che può esprimere anche nell’immediatezza visiva la forza ironica della coppia. Una diversità fisica che si amplifica quando ad interpretarla sono chiamati un uomo e una donna. Aggiungo che Serra è un’attrice fantastica, anche nel significato letterale dell’aggettivo: lei è come una figura di Chagall, è onirica nel suo stato d’essere, ha una energia tutta sua, inconfondibile, che si avverte anche nella sonorità della voce. Una donna e un uomo in scena, in due ruoli archetipici così immensi e diversi, genera una vitalità insolita, un’unicità di adesione sul palco che vive e si alimenta attraverso l’esperienza della diversità stessa. In questo lavoro abbiamo inoltre deciso di presentare Sancho come un contadino straniero immigrato, così da rimandare a una più stretta connessione con il nostro Presente”

Mi è capitato di sentire recentemente da un bravissimo attore di lungo corso questa frase “Io non mi calo nel personaggio, ma mi elevo ad esso”, affermando così la potenza della fantasia la quale sopravvive alla caducità dell’Uomo. E’ così anche per lei e lo è ancora di più in questo spettacolo? “Assolutamente sì. Don Chisciotte ha superato Cervantes, è andato oltre il suo creatore, è sopravvissuto all’uomo. Io come attore non posso che umilmente avvicinarmi a questa gigantesca figura, fondante la nostra cultura, e partire con lui, viaggiare con lui, ma senza la pretesa di lasciare a lui qualcosa di me. Come professionista non posso che annientare la mia esperienza personale e lasciare che sia lui, Don Chisciotte, a vivere. E’, in un certo senso, quello su cui si fonda il lavoro di artigianato. E io mi sento così, in questo caso più che mai: un umile artigiano della parola e del fisico. Se non sei umile, non puoi nemmeno lontanamente accostarti a questi personaggi. E, dunque, viva Don Chisciotte e i pazzi come lui!”    

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