L'intervista

Le interviste a protagonisti della scena parmigiana (e non solo) a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

REZZAMASTRELLA: "DUE VOCI PER UN' IDEA COMUNE DI TEATRO"

Un pensiero artistico che viaggia all’unisono, nutrito da stima reciproca, fiducia profonda e rispetto immutato nel tempo, quello di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, alias RezzaMastrella, speciale binomio di creatività fortemente affini e straordinariamente salde, davvero inconfondibile nel panorama della scena contemporanea. Insigniti del prestigioso Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia 2018, i due artisti porteranno in scena al Teatro Due sabato 26 alle 20.30 e domenica 27 gennaio alle 16 un loro spettacolo storico, “7 14 21 28”,titolo sui generis, per originalità di forma e valore semantico, che in sé già contiene l’essenza simbolica di un lavoro definito dalla critica “spiazzante, geniale, pazzesco, debordante, folle”. Sul palco (ma è riduttivo circoscrivere, anche solo idealmente, allo spazio tradizionale quella che è, invece, una scena congegnata ad arte, quasi scultorea, creata da Mastrella), l’estro indiscusso di Antonio Rezza, travolgente e imprevedibile nei linguaggi e nei registri, e dell’attore Ivan Bellavista, fedele controparte performativa. Uno spettacolo che non nasconde, ma anzi rivendica con dirompente potenza, l’assenza di autorialità, di una composizione drammaturgica tout court: questo è uno spettacolo “mai” scritto, eppure (o forse proprio per questo) estremamente vivo e libero, artisticamente pensato e ragionato. Ne parlano insieme, RezzaMastrella, a due voci congiunte e integrate, per risposte che così, inevitabilmente, si caricano di un doppio valore e di una felice consonanza intellettuale.      

La sequenza numerica nel titolo si richiama alla razionalità matematica o tutt’al più alle formule cabalistiche. Eppure sembra che nello spettacolo tutto ci sia fuorchè ordine, logica, esoterismo. O non è proprio così? E’ un giocoso inganno? “(REZZA) Direi proprio di sì. In realtà esiste un ordine preciso e a quello ci riferiamo. La casualità risiede nell’atto creativo: noi lavoriamo con il caso come alleato. Ma lo spettacolo nella sua interezza è concepito come un elaborato marchingegno, come uno spartito musicale, se vogliamo, con le sue regole e le sue forme: è a tutti gli effetti un dispositivo artistico ordinato, pur nel suo apparente, anarchico disordine. Il controllo è indispensabile e il talento sarebbe nulla senza un rigore che potesse in qualche modo orientarlo. Certo, in scena sono molto libero nel mio modo di esprimermi, di vivere lo spazio performativo, ma sono sostanzialmente una “vittima” della creazione: è l’opera che ci controlla e che ci mette nella giusta condizione di essere a sua volta controllata…. (MASTRELLA) Insieme diamo il ritmo, togliamo i concetti che rimandano direttamente alla realtà conosciuta, virando verso una dimensione mentale, più analitica. Attingiamo al mondo della metafora, lavorando sulla sintesi.”

Performance anarchica, spiazzante, esplosiva, destabilizzante che però si espleta all’interno di un habitat particolare. Quale? “ (REZZA) Si tratta di un ideogramma inventato da Flavia e che racchiude la numerazione del titolo. Questi habitat scenici nascono per esigenze artistiche, Flavia me li regala e io ci faccio quello che voglio là dentro. L’anarchia è dunque relazionale: nessuno dei due, né io, né Flavia, può dire all’altro cosa fare della propria creazione. Questo modo di collaborare risponde a una nostra comune e radicata idea: il disprezzo profondo contro ogni forma di potere e di gerarchia…. (MASTRELLA) Ognuno di noi ha un suo contenuto, e così facendo apriamo il discorso a più interpretazioni e declinazioni. Io sono un’artista figurativa, non sono scenografa, e uso la forma in base a una mia particolare teoria: quella di colpire la psiche dell’osservatore ed esaltare la forza interpretativa della parola restituita in quel contesto. L’habitat non è una scenografia, spinge il contenuto verso i movimenti e il loro senso. E’ come presentare un quadro, quasi virtuale, dove si lascia spazio per innescare impressioni, sensazioni, nessi.”    

Si ride tanto in questo spettacolo, ma si percepisce sempre un malessere, una tristezza sottostante, una inquietudine latente. Perché? “(REZZA) E’ l’uomo con la sua fatica di vivere a farsi sentire. E dunque nel pubblico c’è chi può ridere di più e chi essere toccato da altro. Non c’è una ricetta interpretativa alla base del nostro percorso teatrale, mai abbiamo voluto farci intendere in un modo soltanto. Noi creiamo seguendo le nostre ispirazioni, le nostre idee, che ognuno può interpretare come vuole. Una cosa però crediamo di suscitare: una risata demoniaca, diabolica, non gioiosa, ma crudele, perturbante, secondo l’idea di Artaud. In fondo, noi artisti siamo figli degli Inferi, ma sempre portatori di una preziosa grazia… (MASTRELLA) Questa crudeltà si espleta nell’habitat stesso, che diventa spazio di una perduta innocenza, dell’abbandono dell’infanzia. Ecco perché vi si trova nel suo centro un’altalena e vari strumenti sonori che rimandano a quell’età dell’Essere Umano”

Gesti, azioni, sussulti, irruzioni che spiazzano lo spettatore. La parola dove si colloca in questo lavoro? “(REZZA) La parola è una estensione del gesto stesso, si trova all’interno del corpo, nella parte fisica e agita, e quindi ha la stessa importanza dell’habitat in cui viene pronunciata e del movimento che la sorregge. Potrebbe sembrare assurdo parlare di armonia tra le parti in questo spettacolo, ma è proprio così. Tutto si muove insieme, con ritmo irrefrenabile e stupore, e questo è molto coinvolgente per lo spettatore…(MASTRELLA) Sì, la parola si fa catalizzatore. E’ l’atomo mancante che dà forza e genera una nuova vita; compatta il messaggio estetico, anche grazie alla sonorità della voce ipnotica di Antonio, con quello del corpo e con il suo contenuto.”

Leone d’oro alla carriera nel 2018. Proprio l’ultima Biennale è stata occasione di un approfondito dibattito sul concetto di attore e performer. Il Direttore Antonio Latella ha dichiarato in un’intervista “attori e performer saranno sempre il cuore pulsante del Teatro”. Cosa ne pensate? “(REZZA) Sono d’accordo, perché con questa affermazione credo che Latella si riferisca all’idea che ha lui di Attore e di Perfomer. Le stesse che abbiamo io e Flavia. Personalmente non condivido la pratica di certi attori che si allontanano da questo “essere cuore pulsante”: l’attore non può essere motivato da stati d’animo non suoi, non può tradire quello che è portato a chiamare nel suo lavoro. Ad esempio, non mi riconosco nell’idea di Attore che si cimenta in fiction televisive scadenti, quest’ultime diventate davvero uno strumento di deportazione del cervello umano, e poi recita in spettacoli teatrali di una densità e portata valoriale impressionanti. Trovo che in questo modo di lavorare si annidi una profonda contraddizione, quasi una sorta di schizofrenia professionale. Affrontare un grande autore a teatro presuppone che si debba affrontarne anche il pensiero in tutta la sua complessità e non credo proprio che ci si possa identificare in un lavoro di fiction, olocausto contemporaneo dell’intelletto umano, e al tempo stesso in un autore magari rivoluzionario e contrario a quelle stesse moderne e bieche forme di linguaggio televisivo…(MASTRELLA) C’è anche da dire che sia il concetto di attore che quello di performer vanno reinventati, a fronte della profonda crisi del Teatro che stiamo vivendo. Per certi aspetti sembra quasi di tornare all’idea che se ne aveva nell’800. Il Teatro dovrebbe stare sempre dalla parte dell’umano, sollevare discussioni, creare dubbi, domande. Mentre oggi è diventato speculativo, quando televisivo, e piuttosto arido quando sperimenta percorsi di ricerca. Se aggiungiamo che lo Stato non aiuta i teatranti, soprattutto i giovani, precludendo gli spazi di prova e altro, ecco che ci troviamo davanti a una impasse”

In questo lavoro c’è un invito sotteso per il pubblico a superare la logica e “a rinunciare al filo del discorso”. Un rischio o una preziosa opportunità? “(MASTRELLA) E’ un’opportunità svolta in modo sciamanico, che mira ad abbracciare un pubblico eterogeneo: tutto in scena ha un suo significato. E’ un rituale forte quello a cui invitiamo, dove si scopre ogni cosa come nuova e insolita, anche se sempre esistita….(REZZA) Sicuramente si offre un’opportunità: portare ad apprezzare ciò che ci sfugge, quello che non riusciamo a cogliere e a capire subito, stimolando al tempo stesso le connessioni. Questo significa che l’autore o artista/creatore non ha previsto il pubblico durante la genesi del proprio lavoro. Il pubblico ha la libertà d’interpretare e l’artista ha la libertà di dare espressione al proprio pensiero. Tutti noi siamo programmati per lo stupore, ma veniamo ridotti a persone che “devono” comprendere. Crediamo che la libertà di relazione tra artista in scena e pubblico rappresenti una grande forma di rispetto per entrambe le forze in campo. Su questa idea di libertà artistica ci impegniamo dal 1987 e il Leone d’oro ricevuto ha premiato, insieme al tanto pubblico che ci segue, la fatica fatta, gli sforzi compiuti per mantenere fede al nostro principio ispiratore. Purtroppo, però, nella realtà, possiamo dirci molto delusi e provati per quanto stiamo in questi giorni vivendo: gli spazi di lavoro che occupiamo da oltre 35 anni a Nettuno, in provincia di Roma, senza mai chiedere aiuti o sovvenzioni pubbliche, perché siamo da sempre contrari a ogni finanziamento, verranno sgomberati dagli amministratori cittadini. Trattasi di un vero abuso di potere, un’autentica vergogna, un affronto che stiamo subendo e che ci vede ancora una volta in lotta per difendere i nostri diritti di esseri umani e professionisti. Non ci arrenderemo, anche se di fronte a simili soprusi verrebbe da ricordare una frase riportata nella presentazione dello spettacolo “siamo costretti a ragionare non per logica, ma per sottrazione”.  

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