Applausi per...

La recensione settimanale di uno spettacolo della stagione ufficiale a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

RITRATTO DI DONNA ARABA CHE GUARDA IL MARE: LA SACRALITA' DELLA PAROLA LAICA

DRAMMATURGIA: Davide Carnevali

CON: Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù, Noemi Bresciani

REGIA: Claudio Autelli

PRODUZIONE: LAB121

Un piccolo capolavoro drammaturgico. Un gioiello scenico cesellato dalla bravura, la precisione, il rigore degli interpreti e da una regia meticolosa e accorta. Un’atmosfera avvincente e persuasiva, che affonda nelle questioni del presente (il rapporto irrisolto fra uomo e donna e quello più vasto fra culture diverse), pur calandoci in una dimensione spoglia di coordinate spazio-temporali, sospesa, sfuggente, rarefatta, investita di una sacralità laica, avvolta soltanto da una fitta coltre sonora che riproduce le onde del mare, e forse il moto dei pensieri, del loro battere, levare per poi tragicamente cristallizzarsi.

“Ritratto di donna araba che guarda il mare”, scritto dal talentuosissimo Davide Carnevali, già vincitore del Premio Riccione 2013, e prodotto dalla compagnia milanese LAB121, ha giustamente incantato il numeroso pubblico del Teatro del Cerchio (la serata era sold out da giorni) che ha tributato lunghissimi applausi a questo lavoro denso di verità, fascinazione poetica e valore allegorico. A colpire da subito è l’originalità della scena: tre grossi pannelli disposti quasi a formare un semicerchio racchiudono il luogo deputato al racconto, che si fa così più intimo, ammaliante, generandosi attraverso due forme opposte eppure perfettamente integrate e corrispondenti. C’è, infatti, quella umana degli attori, raccolti attorno a un tavolo rotondo - a simboleggiare il fuoco davanti a cui le storie, e le parabole, sanno da sempre, in ogni popolo, prendere vita- sulla cui superficie mobile giace il plastico di una città araba, e c’è quella “virtuale” dei dettagli abitativi della ricostruzione, carpiti da una microtelecamera (manovrata per sorvolare come un elicottero spia) e proiettati sul pannello centrale.

Due binari comunicativi che si fondono, si intersecano, conducendo a sorprendenti traguardi immaginifici e metaforici, a nitide istantanee di sguardo, perché i personaggi sono sì restituiti meravigliosamente dagli attori in carne ed ossa, ma sono anche rappresentati dalle anonime statuine, alte pochi centimetri, collocate fra le strade di quel manufatto dalle riconoscibili caratteristiche architettoniche e sostenuto letteralmente da una rete di parole: quelle emesse dalle voci degli interpreti e quelle scritte al suo interno, stralci cartacei dei dialoghi reali che via via si dipanano come una mappa alfabetica. La parola guida in quel percorso intricato di strade, fra le case della città vecchia, nel mezzo della folla, lungo “la via che porta al mare” dove avviene l’incontro fra l’Uomo Occidentale, straniero in quei luoghi, e la Giovane Donna, sedotta dal fascino ambiguo di quello sconosciuto. Ma la parola può anche confondere, illudere, deludere, non essere compresa nella sua essenza, nel suo significato più profondo, e spezzarsi, respingere, diventare pericolosa, soprattutto quando non vuole realmente comunicare, ma solo tentare di farlo, giocando, dissimulando, immaginando, fingendo. E allora lo scambio dialogico si fa lotta, battaglia verbale, sintesi appassionata e umanissima dello scontro veemente fra individui e generi (uomo e donna) che traduce ad minima lo scontro culturale fra occidente e mondo arabo, fra usi e costumi diversi, fra sensibilità e tradizioni lontane, capaci di trovarsi quando puntano insieme al mare, elemento naturale di congiunzione fra terre così distanti tra loro, ma di tradirsi e perdersi quando provano veramente ad accettarsi.

Il carico emotivo e di suspense si acuisce all’accrescere della consapevolezza di questa distanza incolmabile e un lemma può portare già in sé il germe dell’abbandono e della violenza (“Niente nella tua lingua significa molto” presagisce la Giovane Donna). Lo straniero occidentale cammina, invece, con passo veloce fra la gente del posto, osserva, parla con tutti, ma forse è proprio questa sua iniziale superficialità, questa frivolezza e noncuranza nell’approccio a una cultura antica, diversa dalla propria (e di conseguenza alla Donna che la incarna) a comprometterlo fin dal principio. Non c’è vera e propria colpevolezza, ma nemmeno assoluzione per chi nell’approssimarsi alla bellezza complessa e più spirituale della Donna (e di riflesso di un mondo intero) sa coglierne solo gli aspetti estetici o più lievi (“Il motivo onorevole per parlare con lei è un ritratto che le ho fatto” dice lui a lei). Sono le parole che contano, perché in esse si nascondono gli intendimenti reali, le possibilità di azione, le prerogative per una piena comprensione volta all’accoglimento. A nulla vale per la Giovane Donna poter chiedere “Sono una donna libera, portami con te”.

Quando il gioco di rispecchiamenti verbali e fisici, realizzato anche attraverso un uso intelligentissimo delle luci e delle ombre riflesse sui pannelli, si sfalda, si sgretola nella frase “Tu non puoi capire”, gridata e brandita come una spada da entrambi (lui riferendosi all’impossibilità di portarla con sé e lei di non fidarsi troppo della gente in città), ecco che la tragedia diventa percepibile e inevitabile. Sono Ragazzino e Giovane Uomo, fratelli della Donna, personaggi apparentemente più marginali ma fin da subito costantemente presenti in scena, a veicolare un messaggio ostile, quello del pregiudizio e del rifiuto, che andrà a colpire entrambi i fronti. “Non entri nella città vecchia. Lì si parla una lingua antica, le voci hanno un’altra melodia, i gesti hanno un altro valore” avverte Ragazzino rivolgendosi all’Uomo Occidentale. Ma l’incomunicabilità fra le persone è troppo profonda perché si presti ascolto ad un ammonimento dato così, perché si possa interpretarlo secondo il proprio codice e il proprio alfabeto culturale, nemmeno quando il timore di subire una vendetta d’onore può lambire il cuore.

In una geniale circolarità drammaturgica, quasi a richiamare la circolarità della Storia stessa, che a distanza di secoli ancora soffre e muore di questo scontro fra culture, ritornano frasi già pronunciate all’inizio (“E’ facile dire non volevo. Se davvero non avessi voluto…”), risuonando però, nel finale, in un contesto rovinoso e nemico, detonando la violenza di un agguato che simbolicamente sancisce l’impossibilità del dialogo, ma che concludendosi nella paradossale negazione dell’atto di sangue compiuto, del fatto occorso ed evidente, illumina anche una via per una possibile presa di coscienza.

“Ritratto di donna araba che guarda il mare” è un lavoro ineccepibile, in tutte le sue componenti, drammaturgiche, tecniche (con quel richiamo aperto alle sperimentazioni sceniche della compagnia catalana Agrupaciòn Senor Serrano) e attorali. Proprio quest’ultime, espresse superbamente da Alice Conti (una Giovane Donna d’ineffabile intensità, dignità e potenza), Michele Di Giacomo (Uomo Occidentale pieno di sfumature espressive e contraddizioni d’animo), Giacomo Ferraù e Noemi Bresciani (rispettivamente il Giovane Uomo imperscrutabile e misterioso, e il saggio Ragazzino), hanno saputo conferire allo spettacolo una particolare e splendente preziosità emotiva.

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