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La recensione settimanale di uno spettacolo della stagione ufficiale a cura di Francesca Ferrari, giornalista e critico teatrale.

PREMIO SCENARIO INFANZIA 2018 - PRIME RAPPRESENTAZIONI

E’ dal 1987 che il Premio Scenario dedica il proprio lavoro alla creatività giovanile, stimolando e promuovendo il talento, le idee e le capacità di artisti under 35, e motivando, attraverso un sostegno reale, fattivo, la realizzazione di progetti teatrali di grande qualità. Dal 2006 lo stesso impegno si è rivolto anche alle proposte di teatro per l’infanzia e per ragazzi con l’istituzione del Premio Scenario Infanzia, nato per l’appunto con lo scopo di incentivare nuove visioni e soluzioni sceniche “nella consapevolezza che l’universo dei bambini e dei più giovani presenta necessità e poetiche in costante mutamento.”

Grazie alla collaborazione instaurata con il Teatro delle Briciole/Solares Fondazione delle Arti, socio del progetto, l’Associazione Scenario che presiede all’omonimo premio ha potuto organizzare presso il Teatro al Parco nella giornata di lunedì 26 novembre una piccola maratona teatrale aperta al pubblico, presentando in forma compiuta i tre spettacoli che più di altri si sono distinti alla finale del Premio Scenario Infanzia 2018 svoltasi a Cattolica nel giugno scorso: “Storto” di inQuanto Teatro, vincitore del premio della giuria, “Domino” di Generazione Eskere e “Fratellino e Fratellina” della compagnia Asini Bardasci, entrambi i lavori insigniti di menzioni speciali. Tre diversi progetti teatrali di cui si è potuta godere la freschezza della scrittura drammaturgica, l’intelligenza delle intuizioni, la maturità e l’efficacia della loro traduzione in scena.

In “Storto”, spettacolo ispirato a un testo autobiografico di Matilde Piran e pensato per un pubblico adolescente, il perno tematico attorno cui ruota la storia di Elisa e Davide- due liceali che decidono insieme di scappare di casa, compiendo un breve viaggio “on the road”, un autentico rito d’iniziazione esistenziale verso la consapevolezza di sé- è quello della diversità, intesa nelle sue molteplici sfaccettature e declinazioni individuali. Due giovanissimi che dal momento dell’incontro e nel reciproco graduale stabilirsi dell’amicizia, iniziano a raccontarsi, dando sfogo, anche con rabbia, alle proprie insicurezze, alle proprie paure e illusioni, a quel sentirsi “storti” che per una si incunea nella difficile accettazione del fratello disabile, mentre per l’altro nella personale fragilità emotiva di chi non ha ancora raggiunto una piena coscienza identitaria. “Storto” è una storia per emozioni ed immagini dall’atmosfera pop (le colorate figure tratte da graphic novel e fumetti, proiettate sul fondale, suggellano i passaggi dialogici e narrativi), una persuasiva messa in campo di segni e linguaggi diversi, moderni, organicamente intrecciati, estremamente dinamici (anche grazie al ritmo serrato ma fluido delle parole e all’interazione perfetta, onesta e genuina, tra i due bravi interpreti, Elisa Vitiello e Davide Arena). In scena non una supergirl o un superboy, come vorrebbe far intendere la voce fuori campo all’inizio, ma due studenti come tanti, in cui facilmente riconoscersi, che reclamano con forza e determinazione il diritto a fare errori nel percorso di crescita verso l’età adulta, ad essere storti, imperfetti, incerti, immaturi, in un mondo che preme e spinge verso strade troppo dritte, regolate, classificate, incasellate. “Non possiamo decidere chi siamo” ma possiamo imparare ad amare quello che inizialmente ci spaventa (il fratello “mongoloide” come lo chiama Elisa all’inizio) e a riconoscere se stessi, senza lasciarci condizionare dal giudizio degli altri (“Quello che piace a me non piace a nessuno” dice Davide in un passaggio). La rocambolesca fuga dei due viene interrotta consapevolmente, ma un viaggio andato storto non potrà impedire di sbagliare ancora.

In “Domino”, frutto di una drammaturgia collettiva matura e attenta diretta da Alice Sinigaglia, siamo di fronte a un autentico rovesciamento di prospettive. Sul palco un bambino, vestito da piccolo uomo, che ordina letteralmente ai membri della propria famiglia- rappresentati come colorate e bizzarre macchiette, ironiche incarnazioni dei ruoli genitoriali e parentali- di festeggiarlo per il suo compleanno. Anzi, di celebrare quella festa, falsamente allegra e spensierata, ogni giorno, all’infinito! E’ dunque un gran affaccendarsi di strampalate azioni, sfide, salti su cubi multicolori, suoni di tamburi, e proposte giocose volte a catturare, un po’ controvoglia un po’ per disperata rassegnazione, l’attenzione del “piccolo re”, restando in attesa di un suo gradito assenso o di un temuto dissenso, in balia del minimo capriccio o della più irragionevole richiesta. Scatti di selfie, giochi reali ma soprattutto virtuali (tempi moderni, ahinoi), vani tentativi di narrare storie al festeggiato per trasmettere il valore di un racconto di vita, piccole liti e dissidi (perché come ricorda il saggio nonno “nessuna famiglia è perfetta”): con amaro sarcasmo quello che viene portato in scena è il quadro iperbolico di una famiglia contemporanea “bambino-centrica”, dove la relazione sana e affettuosa fatica sempre più a trovare spazio per crescere, fagocitata dagli impegni convulsi, frenetici, risucchiata dentro un tempo pieno di cose da fare e proposte da inventare, per fingere un’attenzione che spesso manca nel quotidiano quando è privo dell’eccezionalità dell’evento (ecco quindi il compleanno). Le responsabilità degli adulti vengono così smascherate in un gioco teatrale divertito e al tempo stesso ferocemente critico, in cui una trascinante azione corale e polifonica (anche musicale quando si vanno ad esaltare, cantando, le qualità del piccolo Gianmaria) mette a fuoco poteri e debolezze del rapporto generazionale. “Remember me” intonano sul finale gli otto interpreti mentre accompagnano Gianmaria e la notizia della nascita della sorellina, sottolineando in questo modo l’importanza del momento vissuto, ricordato e interiorizzato. Nuovi equilibri si formeranno, delicati, fragili, forse rischiosi, tessere di un domino affettivo davvero difficile da giocare.

Nel terzo spettacolo “Fratellino e Fratellina” interpretato da Filippo Paolasini e Paola Ricci, viene invece affrontato il tema dell’abbandono dei minori e della conseguente necessità di diventare adulti velocemente per poter sopravvivere, lasciando troppo presto la dimensione protetta ma fondamentale dell’infanzia. Bisogna prendere la storia di Hansel e Gretel , come ci viene dichiaratamente suggerito, ma per declinare sentimenti, sguardi, paure dei due protagonisti al tempo presente metropolitano, al parcheggio freddo e vuoto di un supermercato, e non a quello archetipico di un fitto bosco. Certo anche qui ritroviamo visioni paurose ma non sono quelle relative a una strega malefica, bensì alla città con tutti i suoi pericoli, con gli ecomostri abbattuti in periferia, con il traffico nervoso di auto e persone sconosciute, con il senso di solitudine che incombe, con i giochi a quiz propinati dalla televisione, con i pollici che decretano un “social” vincitore. “La gente non deve pensare che siamo stati abbandonati” dice Fratellino nel dare inizio a un viaggio dove i due dovranno ogni volta adeguarsi agli “editti” proclamati da uno Stato padrone e sovrano che pare voler annullare la bellezza dell’età infantile e l’innocenza dei bambini. Così, prima li costringe ad essere adulti in quanto orfani, poi li obbliga a trovare un lavoro, a vestire giacca e cravatta e diventare produttivi, quindi mette al bando la fantasia che appartiene sì ai bambini ma non a quelli abbandonati dichiarati adulti, infine li incita alla guerra, anche fra fratelli. Ma forse i bambini non sono stati abbandonati, forse sono stati solo smarriti nell’area di sosta di quell’ ipermercato che porta il nome “Editto”. La parabola teatrale (che pur presenta ancora qualche incertezza nella sua struttura drammaturgica) racchiude l’urgenza di una istanza sociale percepita, di un tempo attuale in cui il senso del sacro è andato perduto in nome delle logiche economiche e di mercato, e la purezza, il candore, la sensibilità dell’infanzia ne sono, per contro, le prime vittime conclamate. Nella filastrocca popolare del finale recuperiamo la forza toccante e salvifica di chi invoca la propria casa e il ritorno alla dimensione affettiva e materna più autentica.

Una bella giornata di teatro puro, essenziale ma consapevole, molto apprezzato e applaudito dal pubblico presente (anche di giovanissime scolaresche totalmente rapite dalle storie inscenate), che si è infine conclusa con la presentazione del volume “Scenari del Terzo Millennio” a cura di Cristina Valenti , dedicato alla “molteplicità di vocazioni e sperimentazioni che hanno alimentato la scena giovanile contemporanea”.      

PREMIO SCENARIO INFANZIA 2018 - PRIME RAPPRESENTAZIONI

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