La recensione

ROSA WINKEL: tra il tempo pacifico dello sport e quello tragico della guerra

DRAMMATURGIA E IMAGOTURGIA: Francesco Pititto

REGIA, INSTALLAZIONE, COSTUMI: Maria Federica Maestri

MUSICA: Andrea Azzali

INTERPRETI: Valentina Barbarini, Giancarlo D’Antonio, Adriano Engelbrecht, Roberto Riseri.

PRODUZIONE: Lenz Fondazione

 

Cosa corre tra il “tempo pacifico dello sport e quello della guerra”? Una delle battute iniziali di “Rosa Winkel”, l’ultima emozionante indagine performativa di Lenz Fondazione su Resistenza e Olocausto, offre il destro per rintracciare la ragione più intima e tenace che lega e, al tempo stesso, separa le due dimensioni protagoniste di questo lavoro teatrale dal grande valore icastico. Perno dell’ordito drammaturgico è, infatti, la vicenda sportiva e soprattutto umana di Otto Peltzer , uno dei più grandi mezzofondisti della storia che, durante il regime nazista, venne arrestato a causa della sua omosessualità , poi incarcerato e quindi deportato al lager di Mauthausen, dove restò fino al 1945 anno della liberazione da parte degli americani. Ma nemmeno in tempo di pace, nel periodo post nazista, Otto riuscì ad ottenere una riabilitazione per quel suo “peccato”, segno tragico e documentato di un ignobile pregiudizio sociale che ha purtroppo valicato gli orrori delle leggi razziali, degli editti hitleriani sulla sodomia, delle vessazioni inflitte nei campi di concentramento.

Il triangolo rosa del titolo, simbolo di stoffa cucito sulla casacca degli internati per omosessualità, è oggi, in questa età fintamente pacifica, metafora cocente ancora ravvisabile in molti stereotipi di genere, nelle condanne morali senza appello, ma soprattutto negli incresciosi atti di violenza contro chi ha pieno diritto di esprimere la propria identità. E nel rigore quasi asettico, autoptico di uno spazio, l’ampia Sala Majakovskij del Lenz Teatro, regolato da due file antistanti di freddi armadietti metallici da palestra, meticolosamente ordinati, acquisisce una grande profondità e attualità di senso, come non sempre accade nel teatro contemporaneo, il nudo integrale degli interpreti: il corpo esprime una imprescindibile polivalenza semantica poiché rimanda all’idea di un’umanità senza maschere, oltre le differenze sessuali e i preconcetti, alla nudità quale privazione materiale e morale inflitta nei campi di sterminio, alla potenza fisica dell’atleta protagonista, e non da ultimo, all’essenza stessa della pratica sportiva ricercata nella sua radice etimologica e storica (“Gimnasia si riferisce al greco gym-nos, nudo; gli esercizi eseguiti da uomini venivano realizzati in stato di nudità”). In un’ottica di ricerca più ampia, va richiamandosi per opposizione, nelle diverse fisicità presentate senza filtri e coperture, anche il concetto nazista del corpo non più inteso come personale e individuale, ma collettivo, quel Volkskörper sociale riconducibile all’ideologia nazionale del Reich e alla solenne tragicità che permea l’architettura drammaturgica costruita attorno alla figura di Peltzer.

Ma è sempre all’atleta che ci riconducono le parole della voce narrante (una Valentina Barbarini dall’interpretazione forte e pervasiva), inquieta sacerdotessa, forse di un rito legato all’antica corsa in armi ricordata in incipit, oppure angelo della morte, dalla lunga gonna nera, che abita lo spazio e compone e scompone i piani narrativi, le sequenze, il ritmo. Insieme a lei i tre interpreti maschili, tre atleti, che prima di spogliarsi dei propri costumi ginnici, vanno percorrendo e occupando la sala, fruita in modo itinerante anche dal pubblico, per tratteggiare percorsi di gara ideali, disegnare geometrie relazionali, modulare con brevi e repentini scatti di corsa, e con l’aprire e chiudere degli armadietti (ante della memoria e del pensiero, contenenti oggetti, luci e microfoni per parole segrete), i tempi, le forme, le dinamiche e il tessuto connettivo della composizione generale, oltremodo sorretta da un reticolo sonoro e musicale di ispirazione wagneriana.

Alle due estremità dei corridoi tracciati dalle file metalliche, uno scranno regale ricoperto da un ammasso di soldatini di plastica (segno materico, guerresco e mortale, delle cataste di cadaveri ritrovati nei lager) e sul fronte opposto una semi-colonna imperiale, che diventerà appoggio per l’effigie pagana di un corpo nudo, uomo divenuto quasi figura faunesca, con una coda animale tenuta in bocca, trofeo "nemico" privato della dignità sociale, proprio nel mentre echeggiano per voce femminile le norme anti-omosessuali imposte da Hitler.

Cervello e sangue corrono simbolicamente nei passaggi performativi, e scorrono sulle immagini proiettate alle pareti della sala: corpi atletici, sportivi che nel compiere l’esercizio ginnico si dissolvono, sfumando in perturbanti radiografie e orribili scheletri in movimento. La corsa diventa così allegoria dello slancio in un futuro che è il nostro presente, ma anche forza propulsiva per guardare avanti e spingersi oltre, scavalcando l’orrore del passato pur senza negarlo (“Io corro con te, dietro di te. La nuca, la schiena, i glutei, i polpacci, i talloni che non toccano terra. Tu mi sei davanti, davanti come il futuro che tu non vedi”).

Si respingono così, con più sentita indignazione e rabbia, le dichiarazioni ufficiali emanate dal regime nazista, qui veicolate dalle invettive di un delirante personaggio con pastrano e cappello che, lanciando i soldatini contro un atleta, definisce l’omosessualità come “ malattia contagiosa”, “catastrofe per l’umanità stessa”. E si abbraccia con commozione e intesa la verità poetica delle battute finali “”Non è nel presente e neanche nel passato, e nemmeno nell’istante del futuro. Sta di lato, sempre”: non davanti, né dietro, ma a lato resta il giudizio di occhi, fuori dal tempo, che vorrebbero fermare “la corsa” e stigmatizzare l’Altro, proprio come accadde ad Otto Peltzer.

Ancora una volta il Lenz ha dato vita a una creazione lodevole, preziosa e incisiva, avvalendosi di un testo di grande ricchezza e pregnanza, di una regia assennata e di interpreti intensi e precisi, raccogliendo, meritatamente, i tantissimi e prolungati applausi finali.  

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